Controvirus: Dacia Maraini ospite a èStoria «La paura genera sempre reazioni estreme»

l’intervista
Non è soltanto il prestigio di una scrittrice tra le più popolari quale Dacia Maraini a spiegare il senso della sua partecipazione (online) al festiva èStoria di Gorizia che inizia oggi in forma on-line/streaming, con la proiezione su grande schermo nei giardini Pubblici di Gorizia di conferenze-incontri preregistrate. Sempre per colpa del Coronavirus. E non è un caso che l’ultimo libro di Dacia Mariani si intitoli “Trio. Storia di due amiche, un uomo e la peste di Messina” (Rizzoli, pagg. 112, euro 16) e abbia al centro del racconto l’epidemia che colpì nel 1743 la città siciliana. Poiché la kermesse goriziana, che ha per tema “Controvirus”, si propone di esplorare con oltre quaranta incontri l’impatto delle pandemie dall’antichità ai giorni nostri, l’invito alla scrittrice pare quindi più che coerente. Il festival comincia oggi e prosegue fino a domenica 2 agosto appunto con proiezioni di video ai Giardini Pubblici di Gorizia ogni sera alle 21.15 e con video registrati e caricati sul canale YouTube di èStoria. Il video con Dacia Marini è domani alle 21.15.
Il suo ultimo libro, “Trio”, ha sullo sfondo la peste di Messina. C’è un parallelismo con il coronavirus?
«Se facciamo un paragone dal punto di vista della sanità e della tecnologia certamente non troviamo niente di comune - risponde Dacia Maraini -. Ma se facciamo un confronto sul piano della psicologia, si possono trovare molte somiglianze. La paura è un sentimento eterno e provoca reazioni estreme: rifiuto dell’altro da sé, odio, aggressività, oppure in molti casi struggenti solidarietà, gentilezza, disponibilità».
Per affrontare il tema di “Trio” ha compiuto delle ricerche storiche?
«Ogni racconto storico ha bisogno di ricerche approfondite. La mia fortuna sta nel fatto che avevo impiegato cinque anni al tempo in cui scrivevo “Marianna Ucrìa” per fare le ricerche sul Settecento siciliano. Quindi avevo tanto materiale a disposizione e a quello mi sono affidata. Inoltre avevo già scritto e pubblicato nel 2006, con un piccolo editore di Bagheria chiamato Drago, un racconto che costituisce il nocciolo del romanzo di oggi. Quindi è stato abbastanza facile riprendere in mano tutto e lavorarci sopra con il gusto e la passione che avevo messo nello scrivere il racconto».
Si direbbe, comunque, che per lei il Covid abbia rappresentato un periodo propizio per la scrittura...
«Sono abituata da sempre a stare in casa da sola a scrivere. La segregazione mi ha dato più tempo per dedicarmi al romanzo. Ma non è stato un periodo felice. Vedere tutti i giorni le immagini del dolore e della morte mi ha messo addosso angoscia e senso di impotenza».
Nel suo caso, la scrittura di quanta serenità ha bisogno?
«La scrittura ha bisogno di raccoglimento e concentrazione. Alcuni scrittori riescono a scrivere anche nella folla e nel chiasso di un bar. Io non ci riesco, ma devo dire che una certa capacità di concentrazione anche in situazioni difficili ho imparato a praticarla».
Il futuro la spaventa? La preoccupa? Oppure è ottimista?|
«Sono ottimista di carattere. Ma certo non mi nascondo i pericoli di un futuro che sembra precipitarsi incoscientemente verso una autodistruzione del pianeta. Eppure ho fiducia nel genere umano, che alla fine, anche se sempre all’ultimo momento, trova la strada giusta. Speriamo che questo non avvenga quando sarà troppo tardi».
Sembra che il Covid abbia ridato linfa a un certo dualismo tra Nord e Sud. Lo trova preoccupante?
«Lo trovo soprattutto artificioso. Il Nord è fatto di gente del Sud. Credo che ci siano più meridionali di origine nel Nord che nel Sud stesso. Siamo un popolo di emigranti. Pensi che solo nel Novecento ben 20 milioni di italiani sono emigrati all’estero, sparsi in Paesi lontani come l’Australia, l’America del Sud, gli Stati Uniti, e l’Europa del Nord. Questa consapevolezza dovrebbe farci capire che è assurdo mettersi a fare le differenze, riprendere le conflittualità campaniliste. I popoli, soprattutto quelli più laboriosi e creativi, sono il risultato di un processo di amalgamazione anche di culture diverse».
L’Italia, dall’Unione Europea, è stata supportata a sufficienza?
«Il governo mi pare che si stia battendo per una coesione delle nazioni europee. E credo che gli italiani in maggioranza si sentano europei anche se si augurerebbero una Europa con maggiori solidarietà e senso unitario».
Cosa l’ha colpita di più di questa emergenza?
«La scoperta della fragilità dell’essere umano. Secondo me ci eravamo beati in un sogno di onnipotenza: siamo andati sulla Luna, abbiamo inventato l’energia atomica, vuol dire che siamo imbattibili; e invece è arrivato un microorganismo infinitesimale che ci ha messo in grave pericolo, quasi peggio di una guerra. Questo vuol dire che avevamo troppo creduto nel potere della tecnologia, dimenticando che la natura è molto più potente di quanto pensiamo e, messa in difficoltà, ci trascina nei suoi bruschi e pericolosi cambiamenti».
Che fare, dunque?
«Prima di tutto prendere consapevolezza del pericolo che stiamo vivendo. Poi cominciare a cambiare le nostre abitudini. Meno corse, meno plastica, meno carne, meno sprechi e meno consumo». —
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