Il palcoscenico vestito da Leonor Fini
In mostra a Milano bozzetti per scene e costumi teatrali firmati dalla geniale artista triestina

Aveva solo un anno Leonor Fini, quando gli accadimenti della vita le fecero attraversare l'oceano, per andare da Buenos Aires, dov'era nata nel 1907, a Trieste. Qui, in una città che sarebbe rimasta la sua vera, amata patria, avrebbe trascorso l’infanzia e la prima giovinezza nella casa dei nonni materni e dello zio Ernesto Braun. In Argentina lasciava un padre-padrone, marito tiranno e infedele da cui la madre Malvina aveva deciso di scappare con la forza e l'indipendenza proprie delle donne triestine! Erminio Fini, di origine beneventane, immigrato di seconda generazione in Argentina, cercò in seguito più volte, quando Leonor era bambina, di rapirla attraverso degli emissari inviati a Trieste o personalmente. Ma la madre, un misto tutto triestino di sangue dalmata, tedesco, slavo, veneziano e balcanico, per proteggerla, la vestiva da maschietto. E ciò contribuì a formare in Leonor il concetto dell'ambiguità di genere e del gusto per il travestimento e la teatralità, che l'avrebbero accompagnata per tutta la vita. Nel privato e nei suoi dipinti.

Appare perciò particolarmente interessante la mostra che propone fino al 28 marzo alla Galleria Tommaso Calabro, in un prestigioso palazzo ottocentesco di stile neorinascimentale nel cuore del centro storico di Milano, una quarantina di opere su carta - soprattutto bozzetti e studi preparatori per scene e costumi teatrali, realizzati tra il 1948 e il 1969: “Leonor Fini. In scena”, questo il titolo della rassegna, prosegue per altro il percorso di ricerca dedicato dal giovane gallerista - tra gli altri approfondimenti che offrono una nuova lettura di artisti celebri e meno noti -, all’opera della Fini, concentrandosi su un ambito della sua creatività sviluppatosi con continuità parallelamente alla pittura dal 1944 al ‘72.
In mostra, disegni a inchiostro e penna su carta, tecniche miste a penna e acquerello, gouache, un olio su tela, creati per un nucleo di produzioni teatrali, tra cui Le Rêve de Leonor (1949), Visite a Noce (1954), Le Mal Court (1956), La Mégère apprivoisée (1957), Le Concile d’Amour, Le Balcon (1969), Romeo et Juliette (1955 c.) con dilatazioni tematiche che partono dagli anni Trenta e arrivano agli anni Ottanta, travalicando l’ispirazione e la committenza prettamente teatrali a favore di uno sguardo alato e di varie riflessioni sul teatro della vita, di cui Fini fu sensibilissima e magistrale interprete, oltre il reale.
Ed ecco, accanto a ideazioni per il teatro raffinate e geniali, condotte con la precisione tautologica dei primi ritratti disegnati nella Trieste degli anni giovanili, complice la formazione con maestri “neoclassici” quali Carlo Sbisà ed Edmondo Passauro, comparire in mostra lavori di particolare appeal non dedicati al teatro come il paravento Metamorfosi di una donna / Le quattro stagioni. In quest’opera, composta da quattro pannelli per lato, una Leonor ormai âgé – era il 1987 e lei era ottantenne - riflette sul passare del tempo, rappresentandovi su una parte degli scheletri e sull’altra, luminose fanciulle. O il Paggio del 1929 e l’Uomo con donna seduta del 1930-‘35, realizzati in un momento di passaggio stilistico, in cui Leonor era più vicina ai modi di Achille Funi, Campigli e de Pisis.

La creazione di bozzetti per scene e costumi, tra la metà degli anni Quaranta e la fine degli anni Sessanta, fu intensa e legata alle principali istituzioni europee, che la videro brillare nel contesto del rinnovamento del linguaggio artistico e scenico del secondo dopoguerra. Tra i protagonisti dell’epoca fu il regista triestino Giorgio Strehler, teso alla sintesi e a un linguaggio illuminotecnico essenziale (in ciò coadiuvato dallo scenografo Luciano Damiani), per cui Leonor disegnò scene e costumi de Il credulo di Cimarosa, andato in scena nel 1951 alla Scala, teatro con cui lei collaborerà altre volte.
Dopo le prime esperienze romane durante la guerra, la pittrice era infatti rientrata a Parigi, dove aveva lavorato con George Balanchine per Le Palais de cristal all’Opéra de Paris e con Roland Petit per Les Demoiselles de la nuit. E in quegli anni aveva concepito Le Rêve de Leonor (1949), balletto musicato da Benjamin Britten e presentato alla Royal Opera House di Londra. Ideato a partire da un sogno, traduceva in forma scenica l’immaginario fantastico e visionario della Fini, sempre attratta dall’invisibile, dall’occulto, dal mistero e dall’esoterismo come traluce in molti suoi lavori, tra cui la serie di bozzetti per il balletto (mai realizzato) “Les Sorciers”, streghe raffinate e dolcemente implacabili, esposte in mostra. —
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