Diego Dalla Palma e la ricerca della felicità: «Per inseguirla si pagano prezzi mostruosi. Meglio far pace con il dolore»
L’esperto di immagine a Gorizia per raccontare il senso della bellezza e portare in scena al Verdi il viaggio della sua vita

Chiede, con un’educazione di altri tempi, di non essere definito “truccatore, visagista”. «Ormai, da trent’anni mi occupo di altro», precisa. D’accordo, ma allora quali parole usare? «Mi piacciono molto quelle di Gian Antonio Stella: autore di bellezza. O esperto di bellezza, di immagine». Questa volta però, ruolo per lui inusitato, sarà su un palcoscenico: quello del Verdi di Gorizia, lunedì 9 marzo, alle 20.45. “Perché no?” è il titolo dell’evento. «Ma sia chiaro, non faccio l’attore, sono un narratore – aggiunge –. E il mio non è uno spettacolo. È un viaggio». Un viaggio che, nella città isontina, prevede due tappe: Diego Dalla Palma sarà infatti impegnato anche mercoledì 4 marzo alle 18, al ridotto Macedonio del teatro, per un incontro condotto da Eliana Mogorovich in collaborazione con Andos e Lilt sul tema “La bellezza ha ancora senso?”. Si può allora partire da questa domanda.
«Certo che la bellezza ha ancora senso: basta vedere cosa succede nel mondo. E poi i giovani si omologano con una facilità estrema: sono tutti uguali. E l’omologazione è sempre verso il basso: è indebolirsi, è non coltivare la propria personalità, non rispettare la propria identità».
In cosa consiste “Perché no?”
«In un sistema per sopravvivere. Quando si è giovani, si dice a tutti “perché no?”, soprattutto agli anziani che sconsigliano di fare una cosa piuttosto di un’altra, ma quella è l’età in cui si morde la vita. Poi, il “perché no?” si accompagna sempre più alla paura del rischiare. Infine, c’è il tempo in cui gli altri raccomandano di non fare qualcosa, quando invece si avrebbe voglia di dire “perché no?”, ma si soccombe, si abbassa la testa, si aspetta, come se si potesse attendere ancora».
Lei, nei confronti del “perché no?” che atteggiamento ha?
«Lo vivo soprattutto ora, cercando di intensificarlo rispetto a quando ero ragazzo. Il pensiero degli altri non mi interessa: devo stare bene. E devo dire che il “perché no” mi è stato molto suggerito da Mariangela Melato».
Perché?
«Eravamo molto amici. Quando ha scoperto il male incurabile ha mostrato un coraggio indomito e cominciato ad azzardare un possibilismo in tante scelte. Il “perché no?” è una grande conquista».

Cosa deve attendersi lo spettatore?
«Tutto quello che nella mia vita non è stato spettacolo: il dolore, le umiliazioni. Si tratta di un racconto, quasi un filò, per usare una parola dell’alto Veneto e del Trentino. I filò, a cui con papà e mamma partecipavo, sono raduni tra persone umili che la sera, prima di andare a letto, nelle case più grandi, nelle malghe, si trovano mangiando un dolce, bevendo del latte e raccontandosi quanto è avvenuto nella giornata, tra molte fantasie. Ecco, a teatro faccio lo stesso, anche se di fantasia non c’è nulla».
Quindi, di cosa parlerà?
«Delle mie cadute, delle mie miserie, di quando e perché ho sbagliato. Ci sono gli errori, la violenza fisica a Venezia da parte di un sacerdote, il bullismo, la meningite fulminante leucocitaria che mi ha portato in coma per qualche giorno. Ed è in quella occasione che ho avuto il privilegio di conoscere la morte: ora, non mi fa più paura».
In che modo si svolgerà il suo racconto?
«Sarà un viaggio nel pubblico. In un’ora e mezza scendo in platea una quindicina di volte. Sto con la gente. Cerco un tempo di carezze, di soddisfazioni, essendo stato appunto umiliato, bullizzato. E poi quando si proviene da famiglie povere non sono facili le tenerezze, le carezze, i baci. Purtroppo io, di averne, ho sempre avuto questa esigenza e la sviluppo in continuazione, accarezzando chiunque. Sì, è un mio bisogno».
Ma il dolore serve?
«Dopo l’ossigeno, gli esseri umani per essere tali devono conoscerlo e superare anche la frequentazione con il dolore. Io l’ho metabolizzato, ubriacato, me lo sono reso alleato, l’ho spronato, sgridato. E questo, con tutti i miei difetti, mi ha reso insolito».
Nella sua vita più gioia o più dolore?
«Più dolore. Gioie pochissime e felicità nessuna»
Una vita sfortunata...
«No, fortunatissima. Quasi tutti cercano la felicità e anch’io ho fatto questo errore: se la si trova, la si paga a prezzi mostruosi, disumani. Invece, anche le piccole gioie sono straordinarie». —
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Riproduzione riservata © Il Piccolo








