Covacich e la fantascienza: «È uno specchio del presente»

Lo scrittore va all’attacco contestando le capacità visionarie dei maestri del genere. E immediata arriva la levata di scudi da parte di scrittori e culturi della materia

 

Giovanni Tomasin
La fantascienza in stile street art secondo l’AI
La fantascienza in stile street art secondo l’AI

Al principio d’una estate uscita da Terra Bruciata di Ballard, dalla più ucronica delle città italiane, una voce si alza “contro la fantascienza”, e in particolare “contro” un caposaldo di genere: Ubik. In un lungo articolo sull’ultimo numero della Lettura del Corriere, lo scrittore triestino Mauro Covacich ha confidato ai lettori la sua freddezza nei confronti della narrativa fantascientifica, ravvivata dalla recente lettura del romanzo scritto nel 1969 da Philip K. Dick. Da non lettore dichiarato di fantascienza, Covacich imputa al genere, portando Ubik come esempio, di non aver saputo anticipare il presente.

Per chi non seguisse i dibattiti estivi, diremo che l’intemerata dell’autore ha urtato delle sensibilità. La scrittrice Loredana Lipperini ha risposto subito con un articolo sul suo blog, intitolato “Viva la fantascienza”, ma una certa irritazione percorre tutta la fantascienza italiana, a cui certo non da oggi capita d’esser sminuita da voci della cultura “alta”, in questo caso un finalista allo Strega.

«Siamo tutti abbastanza costernati», spiega la scrittrice Nicoletta Vallorani, già vincitrice del premio Urania con Il cuore finto di DR. «Covacich è un bravo scrittore ma non si è mai occupato di fantascienza e ha fatto l’errore di molte persone inesperte. La sua critica si può applicare forse a una breve stagione della fantascienza, più cinematografica che letteraria, fra gli anni ’40 e i ’50. Il genere nel suo insieme, però, ha affrontato fasi molto diverse e mai ha accampato la capacità di prevedere il futuro. Fra tutti, Philip Dick è forse l’autore che meno si è posto il problema di prevedere le tecnologie future».

Lo stesso vale per gli scrittori del filone cyberpunk, che pure hanno descritto in anticipo tanti aspetti della nostra cultura: «William Gibson diceva che l’unica cosa che sapeva dei computer è come si preme il tasto d’accensione». Secondo Vallorani, il dibattito può servire se non altro a far alzare la testa a un mondo che, venendo spesso svalutato, tende a chiudersi all’interno della propria nicchia: «È bello che tanti ora si facciano sentire».

Nella distopia gotica Il pozzo vale più del tempo la scrittrice Ginevra Lamberti ha affrontato l’ipotesi prossima d’un mondo sconvolto dal cambiamento climatico. Oggi riflette: «Ho trovato interessante il fatto che l’oggetto del dibattito fosse, tra tutte le possibilità, proprio Ubik. È una bella occasione per parlare di un romanzo straordinario e di un genere molto importante».

Prosegue Lamberti: «È ironico perché Ubik è particolarmente attuale. Fu pubblicato nel 1969, un anno incredibile per il genere, che vide uscire al contempo Ubik, La mano sinistra del buio di Ursula Le Guin e Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut. Tutte e tre le opere stanno sotto il macro ombrello della fantascienza, di fatto molto variegato.

Nel caso di Le Guin possiamo parlare di fanta antropologia. Il libro di Vonnegut è un manifesto pacifista per eccellenza. Con Ubik siamo quasi un passo avanti nell’attualità, perché lì al centro troviamo il rifiuto drastico e radicale della morte, la ricerca di una supposta immortalità attraverso la ricchezza. Mi sono occupata molto di mortalità e rifiuto della finitezza. In Ubik abbiamo esattamente questo: una riflessione su ciò da cui tutti vogliamo scappare, incorrendo così nel rischio di definirla una previsione mancata».

Citando Ursula Le Guin, Lamberti ricorda che il compito dei romanzieri «non è predire il futuro, ma mentire»: «In un certo senso questo vale a maggior ragione per la fantascienza – dice -. Non fosse che in Ubik, incidentalmente, qualcosa del nostro presente in realtà viene colto: non solo in quello strano limbo in cui si finisce pagando fiori di quattrini per non morire, ma anche per la commercializzazione di ogni aspetto della vita: in Ubik bisogna pagare per aprire le porte. È un punto che non mi stancherò mai di sottolineare.

Il periodo in cui il libro è scritto è una fase di rivoluzione culturale e di boom economico, in cui la società si comincia a distanziarsi dal mondo in cui la morte era presente. E tra la morte e la commercializzazione del quotidiano c’è un chiasmo, un legame. La letteratura fantastica è uno di quei generi che attraverso un apparato simbolico forte e un immaginario altrettanto forte riesce a trascendere queste tematiche e restituircele in universi narrativi».

Lo scrittore e ricercatore di letterature comparate all’Università di Padova Marco Malvestio è lapidario: «L’articolo di Covacich è sciocco, non c’è molto da dire. Va considerato nella misura in cui è sintomatico di interpretare e avvicinare i generi. In Italia è normale che uno scrittore o un critico possano dire “questa roba non l’ho letta, non mi piace, non m’interessa ed ecco cosa ne penso”. Ci sono libri di qualche decennio fa che facevano proprio questo, penso a un testo sul romanzo rosa di Michele Rack. L’articolo si inscrive quindi in una tradizione di svalutazione».

Prosegue Malvestio: «Il dispositivo retorico dell’articolo è molto elementare ma efficace: noi oggi viviamo nel futuro immaginato dalla fantascienza, o scopriamo che l’aveva immaginato in maniera farlocca. Nel futuro di Ubik ci sono i telefoni a gettone perché l’autore non ha immaginato la carta di credito o i chip. A parte il fatto che c’è tanta letteratura del genere di cose ne ha previste, basti leggere William Gibson, il punto è che la fantascienza non è solo quello.

Come tutte le letterature speculative, parla delle ansie del suo presente, che poi possono applicarsi o meno anche ad altri momenti. Orwell scrisse 1984 pensando ai totalitarismi del suo tempo, noi oggi pensiamo in tutt’altro modo a come quella storia si applichi alle nostre vite. Dune di Frank Herbert parla di sfruttamento ambientale ed estrattivismo: non è una predizione, dà corpo alle ansie che l’autore sentiva e che fanno parte della nostra cultura».

Lo scrittore Luca Giommoni, autore tra gli altri del romanzo sul complottismo “Nero”, trova «assurdo» che ancora oggi si sminuisca il genere: «Che è sempre stato ostracizzato, anche al tempo del suo splendore, con autori come Dick, Le Guin, Vonnegut e Ballard.

In un suo testo Vonnegut fa dire a un personaggio che gli scrittori di fantascienza sono gli unici talmente pazzi e stupidi da interessarsi al presente e al futuro, agli effetti delle guerre e delle città, delle idee grandi e di quelle semplici. Neanche Ballard si interessa al futuro, ma ai sogni, ai desideri e ai rimpianti dell’essere umano, che sono al centro dei suoi libri anche più di premiati romanzi d’alta letteratura. Nella letteratura di oggi si parla molto del privato, ma di rado riesce a essere un vettore che ti fa conoscere un mondo. Oggi farlo rimane la fantascienza, come l’horror e il fantasy. Generi che propongono storie».

Gli scrittori dicono la loro anche attraverso i portali sociali. Se lo scrittore friulano Tullio Avoledo è sintetico ma non sibillino («Il sottoscritto non intende alimentare un dibattito fondato sul nulla»), Tommaso Pincio riporta per esteso la citazione di Le Guin ripresa anche da Lamberti: «La fantascienza non prevede; descrive. Le previsioni sono enunciate dai profeti (gratis), dai chiaroveggenti (che di solito si fanno pagare, e finiscono così per essere rispettati nella loro epoca più dei profeti) e dai futurologi (stipendiati). Le previsioni sono compito di profeti, chiaroveggenti e futurologi. Non sono compito dei romanzieri. Il compito dei romanzieri è mentire... Ma poiché la nostra società è instabile e confusa, alla ricerca di una guida, a volte malripone la propria fiducia nei suoi artisti, usandoli come profeti e futurologi».

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