De Carlo: «Che fortuna incontrare Calvino»

di ROBERTO CARNERO
Trentacinque anni fa, nel 1981, usciva per Einaudi il primo romanzo di Andrea De Carlo, “Treno di panna”, a cui ne sarebbero seguiti altri 17, venduti in milioni di copie e tradotti in 26 Paesi. Un traguardo professionale di tutto rispetto, che lo scrittore milanese festeggia con la pubblicazione di un nuovo romanzo, “L'imperfetta meraviglia” (Giunti, pagg. 368, euro 18), già in testa alle classifiche dfi vendita.
Siamo in Provenza, d'autunno, dove sta per tenersi il concerto di una celebre band inglese, i Bebonkers, un po' per fini umanitari, un po' per celebrare il terzo matrimonio di Nick Cruickshank, vocalist del gruppo e suo carismatico leader. Dei preparativi si occupa Aileen, la futura moglie di Nick. Nello stesso paese c'è una gelateria gestita da Milena Migliari, una giovane donna italiana che crea e sperimenta gelati quasi con una tensione d'artista. Milena convive da qualche anno con un'altra donna, Viviane, con la quale forma una coppia stabile, al punto da aver deciso di sottoporsi a breve alla fecondazione assistita per avere un figlio da crescere insieme. Eppure in Milena la prospettiva di questo passo così impegnativo genera ancora qualche perplessità. È, insomma, una donna in crisi, come è in crisi, per altri versi, Nick, il quale si domanda da quando il suo rapporto con Aileen abbia perso l'incanto dei primi tempi. Sarà inevitabile, a questo punto, che la rockstar inglese e la gelataia italiana incrocino i loro destini.
De Carlo, ci vuole spiegare innanzitutto il significato del titolo?
«L'imperfetta meraviglia è quella delle cose belle che però, per loro natura, non possono durare. Come ad esempio i gelati che produce Milena, la cui meraviglia è appunto imperfetta perché concepita per essere consumata o per liquefarsi. Intorno a tale tema si esercita il rovello continuo di questo personaggio».
Che tipo è Milena?
«Una donna che tiene molto alla purezza della sua ispirazione creativa e che non ama scendere a compromessi. Perciò, quando incontra Nick, tra loro scatta subito qualcosa. Nick ha un carattere simile e rivede in lei qualcosa che lui negli anni ha perso: un'integrità artistica che si è corrotta a contatto con le esigenze commerciali della produzione artistica e dello star system. Accade così che nel giro di tre giorni, dal mercoledì al venerdì, tutto accelera e precipita in un vortice inevitabile».
A quale di questi due personaggi si sente più vicino?
«A entrambi allo stesso modo, direi. Peraltro sono simili tra loro: sono due persone che si riconoscono come "non giuste", non adattate e adattabili al mondo che le circonda. Lei ha scelto di vivere con una donna, in un Paese non suo, facendo un lavoro appartato, in cui però può esprimere la propria creatività. Lui ha scelto di cantare per passione, ma poi la fama ottenuta lo ha condotto a compromessi e delusioni. Immedesimandomi allo stesso modo in Nick e in Milena, ho provato a raccontare la stessa storia da due diversi punti di vista diversi, quello maschile e quello femminile. Credo che sotto questo aspetto il risultato sia interessante».
La musica è importante in tutti i suoi libri, sia sul piano tematico sia su quello stilistico. Perché?
«Penso che una narrazione che ambisca a funzionare debba essere dotata di un proprio peculiare ritmo, per quanto riguarda la struttura del periodo e la scelta delle parole. È vero, Nick è un musicista e nel romanzo si parla di musica, ma vedo la musica prima di tutto come una dimensione interna alla scrittura».
Trentacinque anni di carriera rappresentano un bel traguardo per un romanziere. Come è cambiata la sua narrativa nel corso dei decenni?
«È cambiata molto, perché inevitabilmente sono cambiato molto io come persona. In Treno di panna, il mio libro d'esordio, raccontavo una storia guardando i personaggi dall'esterno, studiando i loro comportamenti, i loro gesti, le loro parole, come avrebbe fatto un etologo. Ero molto influenzato, allora, dalla fotografia e dall'arte iper-realista. Successivamente mi è interessato sempre più provare a entrare nell'interiorità dei personaggi, studiare il loro universo psicologico e le profondità psichiche che li portano ad agire in un modo piuttosto che in un altro. Inoltre, se nei miei primi romanzi tendevo a focalizzare l'attenzione su protagonisti che erano in qualche modo miei alter ego, oggi preferisco raccontare personaggi spesso anche molto diversi da me».
Nel 1981 Italo Calvino firmò una lusinghiera quarta di copertina al suo primo romanzo, "Treno di panna". Quanto è stato importante?
«Molto, chissà se senza l'appoggio di Calvino avrei continuato a scrivere... Era uno scrittore che amavo molto e che è stato fondamentale per l'inizio della mia carriera di narratore. È sempre statorispettoso della mia autonomia creativa, non si è mai impancato a mentore o a padrino, magari pretendendo di orientare la mia scrittura a immagine e somiglianza della sua. E di questa lezione di rispetto profondo gli sarò sempre infinitamente grato».
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