Dilagano i divieti tra mare e centro urbano, così Trieste perde la sua “scontrosa grazia”

Dalle pattuglie onnipresenti all’allontanamento del “diverso” la città è diventata piatta e spersonalizzata
Lasorte Trieste 10/08/19 - Piazza Unità, Carabinieri, Foto d'archivio x Cultura
Lasorte Trieste 10/08/19 - Piazza Unità, Carabinieri, Foto d'archivio x Cultura

TRIESTE. Immaginiamo un turista affezionato. Quello strano tipo umano che a Trieste non è cresciuto ma ci torna da vent’anni a ogni festa comandata e pure negli inverni di bora scura. Quel turista che sull’autobus parla in dialetto, passa l’estate tra il Bivio e la Pineta, va a correre alla vecchia ferrovia e si intrattiene con le vecchie ai caffè di piazza San Giacomo. Uno a cui la proverbiale scortesia della città piace da matti.

Osserviamolo mentre passeggia per Barcola o in città: si guarda attorno, si blocca, prova a lungo l’inquadratura di uno scorcio e poi desiste, si sofferma decine di minuti su certe vetrine di Corso Italia. È smarrito, ad andargli vicino sembra triste, scuote la testa e borbotta tra sé. Cos’è successo?

Semplicemente non è più a casa. Non riconosce la città. Quasi niente gli parla di Trieste. Per ritrovare la scontrosa grazia e il dialetto, il gusto per gli improbabili accostamenti, lo spirito mezzo asburgico e mezzo levantino che ha amato con il fervore del convertito deve spingersi lontano dal centro, verso Largo Barriera e l’ippodromo, a San Giacomo, a San Luigi o Melara o Valmaura, ma il centro cittadino non gli parla più. Fatica a distinguerlo dalle città operose dove vive, da Milano l’internazionale, dalle province venete di recente floridezza. Ma soprattutto quest’estate il turista affezionato è sgomento, braccato.

“Nemmeno a Gerusalemme” borbotta tra sé, “Nemmeno a Bogotà”. Rinuncia alle amate fotografie del centro cittadino: ormai impossibile inquadrare un angolo senza imbattersi in tre volanti della polizia parcheggiate a sirene lampeggianti in piazza Borsa, in poliziotti in bicicletta o passeggianti a due a due in una città che più sonnacchiosa e inerte di così non si potrebbe. Impossibile camminare a Barcola senza incontrare uomini in divisa che sudano sotto il sole, vigili che scendono dall’auto ogni pochi metri per multare un bagnante che è andato a prendersi uno spritz in costume o il motorino parcheggiato male.

Volanti ovunque, controllori a controllare cosa? La città dorme e svapora. Sempre più a disagio per il clima da coprifuoco il turista cerca rifugio nei negozi. Fino all’anno scorso non serviva andare da Mirella o alla libreria antiquaria per sentirsi a Trieste, bastava passeggiare in qualsiasi via del centro e la città si imponeva con i tratti della sua personalità balcanica, con i negozi e i caffè che trovavi solo qui. Ma quest’anno proliferano alberghi che potrebbero stare in una Avenue di Manhattan, negozi da via Montenapoleone, caffè e pizzerie in stile riviera amalfitana. Che ne è di Trieste? Della sua identità complicata e inafferrabile?

E soprattutto come si immagina l’amministrazione cittadina la Trieste del futuro? Ha un progetto? Quando nella primavera del 1945 il generale Alexander tuonava esasperato: «Non faremo la terza guerra mondiale per Trieste!» ne sottolineava la complessità e la centralità. La sua particolare storia, la ricchezza culturale etnica e religiosa, la geografia scomoda, i conflitti mai risolti, il cosmopolitismo noncurante e naturale: tutto questo faceva essere Trieste speciale, faceva, a buona ragione, sentire i suoi cittadini differenti da tutti gli altri.

Che ne è oggi di queste peculiarità? Negli ultimi decenni si è tentato il rilancio, intellettuali di prestigio hanno fornito bella e pronta la chiave mitteleuropea precisando però che l’anima della città è anche balcanica: sembrava chiaro e condiviso che a fare di Trieste un sismografo anticipatore degli smottamenti, culturali e non, del mondo era la sua strana e contorta complessità, le sue ferite ancora aperte. Invece ora è tutto semplice, una bella mano di malta è stata stesa a coprire ogni differenza e la città annaspa e insegue un modello nazionale con cui, peraltro, non ha molto a che spartire.

Dicono che il tema per l’Italia è la sicurezza? E subito anche Trieste a riempirsi di corpi speciali e sentinelle, a multare il turista che si godeva lo spirito edonistico di Barcola, con il triste risultato di rendere la città ridicola, più sgradevole e inospitale. Il tema dell’Italia sono i migranti? E subito anche Trieste si mobilita per un muro, per controllare, per fare la guerra.

Ma davvero la rotta triestina oggi è così decisiva? Siamo sicuri che la Storia non si sia ormai spostata altrove, mentre Trieste è impegnata a dimenticare e distruggere se stessa? A inseguire modelli da poco svendendo i propri pezzi ai giganti del mondo, che se la comprano per farne un atollo periferico di imperi molto meno luminoso di quello che fu? I confini sono stati rapidamente liquidati, le identità ignorate, la città parla di muri e si sta trasformando in un luna park della sicurezza.

Lo scrittore spagnolo Javier Marías diceva che distruggere è la cosa più facile del mondo, non serve intelligenza e nemmeno astuzia, può farlo anche un idiota. Quello che l’affezionato turista sente oggi mentre passeggia, sotto occhi vigili, per la città vecchia è che tutto questo sta accadendo: Trieste sta distruggendo se stessa, la propria centralità immaginata, per trasformarsi in una realissima provincia come qualunque altra.
 

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