Due amiche in viaggio da Mostar a Vienna nell’Europa che si divide

TRIESTE Le terre tormentate generano bravi scrittori. E la Bosnia, che sta vivendo una crisi permanente, è un autentico vivaio: cito soltanto Miljenko Jergović, noto per le “Marlboro di Sarajevo”; Abdullah Sidran, poeta e narratore, più famoso come sceneggiatore dei film di Kusturica; Emir Suljagić, autore di “Cartolina dalla fossa” il libro più significativo e commovente per capire Srebrenica, di cui si occupa dopo aver vanamente tentato di far politica nel segno della riconciliazione; e il “nostro” Božidar Stanišić, che vive da anni in Friuli, e continua a impegnarsi per farci capire il suo mondo. Ma l’elenco potrebbe continuare per pagine e pagine per arrivare a una giovane esordiente, Lana Bastašić, autrice di “Afferra il coniglio” (editore Nutrimenti, Roma, 240 pagine, 16,15 euro), ottimamente tradotto da Elisa Copetti. Il suo romanzo, diario, o entrambe le cose, comincia con la lettera minuscola e non è un refuso e con una confessione che l’Autrice stessa è una delle protagoniste del libro col nome di Sara.
Ma cominciamo dal principio: lei vive a Dublino, è “un’europea civilizzata”, ha un compagno, Michael, e una stentata pianta di avocado, sta pensando alle tende da comprare per difendersi dalla vista di un vicino che gira nudo per casa, quando riceve una telefonata: “Ciao, tu”. Dopo dodici anni di silenzio assoluto, sento ancora la sua voce – scrive -. Parla rapidamente, come ci fossimo separate ieri, senza nessun bisogno di scavalcare i buchi di conoscenza, amicizia, cronologia. Riesco a dire soltanto un’unica parola: “Lejla”.
Sara è confusa: l’amica del cuore, che conosceva “da prima di avere le mestruazioni”, si fa viva dopo dodici anni per dirle: “Armin è a Vienna” vieni a prendermi a Mostar. Sara non esita, compra un biglietto aereo e raggiunge Mostar. Comincia così un viaggio di due donne alla ricerca del fratello di Lejla, scomparso quando furono uccisi i cani, primo segno della guerra fratricida. Armin, bello e inquieto, per il quale Sara nutriva da bambina un timido amore, che aveva raggiunto l’apice quando lui le aveva sciolto i capelli, un gesto che le è rimasto dentro.
Se l’idea del viaggio on the road non è originale, è originale come lo racconta Lana Bastašić con un linguaggio incalzante, serrato, avvincente, con un continuo rimpallo tra passato e presente in una Bosnia, attraversata di notte, rappresentata magnificamente dai passeggeri del bus che porta Sara a Mostar: “Capii che non avrei dormito. La signora dal retro dell’autobus si alzò in piedi per declamare il fitto ramo del suo albero genealogico, descrivendo un’ingrata geografia e una storia complessa. A quelle parole si svegliò anche il signore scalzo dal centro dell’autobus, che aggiunse: “Beh, pensa a me: mia figlia col marito è in Germania, l’altra a studiare a Zagabria, e mio figlio ha una ditta a Lubiana. “Mia sorella sta in Australia...”, aggiunse una voce sorda dal buio. La competizione proseguì fino a Korenica. Alcuni si vantavano dei parenti sepolti, altri di case perdute. Alcuni avevano figli intelligenti, dottori e ingegneri che non riuscivano a trovare lavoro, altri rispondevano che vivevano con duecento marchi al mese dopo trent’anni di praticantato. Io non presi parte alla gara. Non avevo nulla con cui gareggiare. Sono sana, vengo dall’Irlanda, ho Michael e vado a Mostar, ho denaro per sostenere i capricci di Lejla. Non importa se con quella chiamata mi ha spezzato una costola”. Le due ragazze sono cresciute con la guerra, Sara è nata il 4 maggio, giorno della morte di Tito. Lei è serba, figlia del capo della polizia di Banja Luka; Lejla è musulmana, diventerà Lela per nascondere le sue origini, dramma che noi sul confine conosciamo bene, ma non le servirà, dovrà andarsene come quasi tutti i suoi connazionali. La loro amicizia, cominciata sui banchi di scuola, è solida nonostante l’ostilità della famiglia di Sara, finché si spezza quando cominciano l’università. Il viaggio insieme in macchina, da Mostar a Vienna, dovrebbe far capire perché è finita, ma emerge violenta la loro diversità: Lejla è selvaggia, esibizionista, crudele e Sara, l’”europea civilizzata” inghiotte amaro, continua a subire la dipendenza dall’amica, come un tempo: “Potevo vederla lì, sul parquet di Michael, a dare un’occhiata caustica alla mia fase dublinese. Non avrebbe detto nulla, mi avrebbe tolto di dosso l’Europa come un cappotto di pelliccia a una povera parvenue, smascherando le mie cicatrici balcaniche senza alcuna vergogna”. Il dialogo è difficile anche perché pure le memorie sono diverse. Lejla contesta a Sara i ricordi: dalla narrazione della verginità perduta insieme sulla riva del fiume, a quella del brusco vaffa dell’ultimo incontro, fino al furto del coniglio bianco che, come nel racconto di Lewiss Carroll, farà da filo conduttore nella vicenda trasformandosi nel “Leprotto” di Albrecht Dürer, custodito all’Albertina a Vienna, dove aspettano Armin e dove con un finale a sorpresa si conclude questo straordinario romanzo, diario. —
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