I centomila del “Demoghèla”, sangue giuliano dimenticato

Questa sera allo Stabile sloveno lo spettacolo di Paolo Rumiz che racconta le tragedie del fronte nord orientale durante il primo conflitto mondiale
La partenza del reggimento dell'esercito austroungarico n.97 diventato famoso come "Demoghela"
La partenza del reggimento dell'esercito austroungarico n.97 diventato famoso come "Demoghela"

Una storia poco raccontata, anzi, per nulla raccontata. Eppure riguarda noi, gente della Venezia Giulia. E un pezzo di Grande Guerra. Questo “pezzo” del puzzle della memoria che ci manca lo racconta Paolo Rumiz, osservatore sensibile della storia e della nostra realtà di confine, una firma importante del giornalismo italiano che attraverso un linguaggio ricco di vibrazioni emotive ha conquistato un vasto pubblico di lettori.

Alle sue ricerche, ai suoi appunti, alla sua capacità di raccontare sono stati affidati progetti importanti dedicati al tema della Grande Guerra, argomento del suo nuovo libro, “Come cavalli che dormono in piedi”, che verrà presentato questa sera alle 20.30 dall’autore stesso, nella sala principale dello Stabile sloveno di via Petronio. L’evento, a ingresso libero fino ad esaurimento posti disponibili (e sono 535), è realizzato dal Comune di Trieste in collaborazione con Feltrinelli Editore e lo stesso teatro sloveno.

Il titolo scelto per la serata è “Demoghèla, storie dal fronte nord orientale”: è il racconto di un viaggio in treno. Il narratore parte per la Galizia, teatro di pesantissimi combattimenti fra soldati russi e austro-ungarici. Lì scorre il primo sangue della Grande guerra e l’autore raccoglie le prime voci, provenienti dalle piccole luci dei cimiteri polacchi, dove le tombe si lucidano sino a farle brillare. E quelle voci si sommano alle altre che progressivamente Rumiz raccoglie: i tedeschi, gli italiani, gli austriaci sembrano parlare la stessa lingua della morte subita.

E quei cimiteri si rivelano abitazioni create per l’eterno. Sul treno che lo riporta in Italia dalla Polonia il narratore fatalmente smarrisce il quaderno degli appunti. Quella perdita gli stringe il petto come una morte. Vi legge con nettezza il rischio della perdita della memoria storica che è di fatto il segno più luttuoso a cui noi fragili umani siamo esposti. Per fortuna arrivano come benedizione i nuovi racconti orali, l’aprirsi delle cassapanche dove le famiglie tengono come preziosi cimeli i diari, gli appunti, le cartoline, gli effetti personali di chi non è più.

Da quei racconti la memoria risospinge il racconto in Russia, in Ucraina, a Leopoli, là dove si destano le rimembranze di alpini passati dalla guerra alla rivoluzione leninista. La lenta tradotta su cui viaggia il narratore accoglie fantasmi di soldati: i fantasmi dei vivi si accompagnano a quelli dei morti e il viaggio finisce a Redipuglia, dove di nuovo si accendono i lumi davanti ai nomi dei soldati, come in Polonia. Il pubblico verrà accompagnato in questo viaggio attraverso le trincee del passato dall’autore stesso, Paolo Rumiz, con l’accompagnamento musicale di Stefano Schiraldi e letture di Paolo Fagiolo.

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