I fiori recisi di Alda Failoni che si trasformano in ossa

Bellezza e decadenza, tempo sfiorito permanente nel ricordo, profumo d’antico pregno di appartenenza, queste le sensazioni assaporate alla personale di Alda Failoni dal titolo “Come fiori” presentata allo spazio espositivo trart in viale XX Settembre a Trieste. Curata da Federica Luser la personale, che sarà visitabile fino al 10 novembre, è costituita da una quadreria di piccoli dittici e da dipinti di maggiori dimensioni tutti rigorosamente ad olio.
«Si vede che Alda Failoni è un’incisora - scrive Luser nel catalogo -. Che l’immagine nasce da un insieme di segni che scoprono e seguono la luce e l’ombra definendo la forma pulsante di materia». Opere avvolgenti nella dimensione concreta della natura che sfiorisce come nello spazio di un sospiro, nel tempo, che con sobria delicatezza trascorre senza apparenti interferenze. Un senso di solitudine e silenzio si propaga dalla tela e si espande nello spazio circostante giungendo alla corporeità dell’osservatore. Un incontro di sguardo, venustà, amenità e ricordo. Le “vanitas” nello spazio del divenire si mutano in vertebre, omeri, crani;Failoni accosta immagini armoniose di fiori recisi a iconografie di ossa umane. Un rimando alla materialità dell’esistenza o un interrogarsi sulle sorti dell’anima che abbandona il corpo?
Le forme scomposte dei fiori, dei petali, dei gambi sorrette da ombre delineano visivamente le parole scritte dall’imperatore Adriano «Animula vagula blandula, Hospes comesque corporis, Quae nunc abibis in loca? Pallidula, rigida, nudula, Nec, ut soles, dabis iocos…” (Piccola anima smarrita e soave, compagna e ospite del corpo, ora ti appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti…).
Filosofia che sposa il colore, un ritorno al bello, alla pittura sapiente delle campiture, dei toni, dei chiaroscuri.
La pennellata è lenta e sicura, forte nella materialità cromatica che offre carezze allo sguardo con il rosso carminio, il rosa antico, il giallo pallido.
Gli iris, le peonie e le rose incastonate su fondi ambrati, come su un’arena naturale e calda, dialogano con il bianco lattiginoso delle ossa, con la variante della corporeità umana, con la transitorietà. Uno sguardo tra il deperibile in un giorno, se reciso, e l’ultima e più duratura sostanza umana.
Un incontro tra concreto ed effimero nel quale non ci sono vittorie, solo lo scorrere inesorabile del tempo, ma la riflessione ultima rimanda al valore eterno non di quello che non è più ma di quello che è stato. —
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