I gemelli orfani in viaggio nel Caucaso diventano da eroi nemici del popolo

LA STORIA
sergia adamo
Il Caucaso, per la cultura russa, è tradizionalmente un luogo esotico, il luogo della fuga, della libertà, dell’apertura dell’immaginazione. Ma il Caucaso, per la cronaca post-sovietica, è una zona ad alta tensione, terra di conflitti e di violenze mai risolte.
Il romanzo di Anatolij Pristavkin “Inseparabili”, che nel sottotitolo italiano riporta esplicitamente il riferimento a quelle terre, (Due gemelli del Caucaso) recentemente tradotto in italiano e curato da Patrizia Deotto per Guerini e Associati (pagg. 278, euro 19,50) riesce a coniugare in una scrittura di grande suggestione entrambe queste dimensioni.
Pristavkin, nato a Mosca nel 1931 e scomparso nel 2008, è stato un punto di riferimento nella cultura russa, sia per la sua opera di romanziere sia per la sua attività nel campo dei diritti umani: a lui si deve infatti una strenua battaglia contro la pena di morte che ha portato risultati significativi nel tramutare molte condanne capitali in ergastolo.
Patrizia Deotto, raffinata studiosa di letteratura russa, da sempre attenta divulgatrice in Italia di autori e autrici meno noti, ma di grande interesse (sue per esempio le traduzioni di Nina Berberova, tra le altre) ci ha dato con questa traduzione la possibilità di conoscere quello che è forse il romanzo più significativo dell’autore.
Uscito nel 1987, con grande successo, “Inseparabili” racconta la storia di due gemelli di dieci anni, Kol’ka e Sasha, uguali come due gocce d’acqua, sempre uniti, i quali vivono in un orfanotrofio di Mosca, dilaniati dalla fame quotidiana e sempre alla ricerca di espedienti per placare il loro spasmodico bisogno di cibo. I due decidono di accettare una proposta e lasciare l’orfanotrofio di Mosca, in fin dei conti perché - come si legge nel romanzo - “non hanno nessuno al mondo… né lì, né altrove! Ma vivono l’uno per l’altro, questo sì!”. E prendono un treno, insieme con altri orfani; un treno che li porta verso un istituto nel Caucaso, inseguendo l’immaginario che tanti discorsi su quelle terre hanno presentato loro in diverse forme nel corso della loro breve esistenza.
Qui le vite dei due bambini incrociano la grande storia: siamo nel 1944, la seconda guerra mondiale si sta risolvendo e le popolazioni del Caucaso, i ceceni nello specifico, passano dall’essere riconosciuti come eroi nella difesa contro il nazismo a “nemici del popolo”. La contrapposizione scatena la violenza, inaudita e cieca, che segnerà tragicamente le vite dei due piccoli orfani.
L’infanzia che viene qui raccontata resta sospesa tra la trasfigurazione della fantasia e la sin troppo reale condizione di abbandono, di fame, di disperazione che accomuna bambini russi e ceceni.
Alla comicità involontaria e picaresca delle vicende dei bambini e delle figure che incontrano si contrappone la forza inaudita dei momenti chiave del testo, di rara altezza tragica. La scrittura di Pristavkin riesce davvero a coniugare realismo e ironia, empatia e distacco straniato, punti di vista dei personaggi e indiretto coinvolgimento autobiografico dell’autore (lui stesso, un orfano, trasferito da Mosca alla Cecenia nella stessa occasione).
La traduzione di Patrizia Deotto e la sua curatela attenta e competente ci restituiscono un mondo artistico e storico-sociale di cui tuttora sappiamo poco, che sembra lontano e allo stesso tempo continua a parlare significativamente al nostro presente.
Del libro si parlerà oggi, alle 18 all’Antico Caffè San Marco, in dialogo con la traduttrice. —
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