La decadenza di una dinastia tra dittature e memoria: l'esordio straordinario di Biedermann

Nel suo romanzo rivelazione il 23enne svizzero rilegge il ’900 attraverso la saga dei Lazar, aristocratici ungheresi decaduti. Atmosfere da favola nera e una lingua in cui convivono Proust e Marquez

Mary B. Tolusso

È inutile girarci intorno, quando un romanzo è straordinario va detto subito e certo non è indifferente la giovane età dell’autore, lo svizzero Nelio Biedermann che a soli 23 anni ha scritto I Lázár” (Guanda, pag. 305, euro 19), già in fase di pubblicazione in 30 lingue e presente a Pordenonelegge il 19 settembre introdotto da Tullio Avoledo (Ridotto del Teatro Verdi, ore 12).

La famiglia che racconta il Novecento

Biedermann è cresciuto in Svizzera, nazione in cui si sono rifugiati i nonni paterni negli anni Cinquanta, ma la famiglia è di origine ungherese, dell’aristocrazia ungherese. Ed è lì che ci porta la trama.

L’inizio risale alla storia di Sandor Lázár che corrisponde al tramonto dell’Impero austro ungarico, per poi passare all’erede, Lajos, che si muove con le guerre, il nazismo e l’occupazione sovietica, scenografia che occuperà buona parte delle vicende dei due ultimi eredi, Pista ed Eva.

È chiaro fin dall’inizio che all’autore interessa relativamente raccontarci una storia di famiglia - per quanto tutti i protagonisti abbiano molto da raccontare, visti i profili per niente comuni -. I Lázár diventano il congegno perfetto per raccontare la storia del Novecento. La prospettiva non è focalizzata esclusivamente sugli orrori del nazismo e del fascismo, c’è un’Europa al tramonto, un’Europa che inizia a perdere tutte le sue certezze, ma c’è anche un’altra parte del mondo che divora tragicamente il tempo: Stalin, i lager, le torture dell’Ávo.

Il mondo cambia ma la memoria resta

La memoria è importante, ma va detto che la memoria non si esaurisce nella prospettiva del passato. È uno dei pochi romanzi in cui ciò che è stato pare una condanna e in questo modo la questione diventa un’altra: il destino. Perciò Biedermann è abilissimo nel rovesciare ulteriormente la prospettiva.

Perché è vero, le cose cambiano, i Lázár sono un esempio rappresentativo, hanno perso la terra, il castello, i titoli e tutti i privilegi, di colpo sono costretti a lavori umilianti, ma ciò che non riescono a perdere è la memoria di ciò che erano. Questione sviluppata nel carattere di Lajos ma anche in quella “cantina” dove durante la trasformazione comunista dell’Ungheria si ritrovano tutti i giovani aristocratici, come a dire che la Storia abbatte ciò che appare ma non la propria interiorità.

Da qui la difficoltà di ogni soggetto di uscire dalla propria sorte, che è poi la domanda che tutti prima o poi si pongono: quanto di ciò che siamo, nel bene e soprattutto nel male, è ereditario? Nel presente come liberarsene?

Lo stile

Il risultato è un romanzo notevole dove la lingua non è inferiore alla trama. Biedermann non insegue nessuna tendenza letteraria, ha i piedi ben piantati nei classici. I russi, certo, per stabilità linguistica e trama (balli, feste e carrozze), ma solo all’inizio. Ciò che più sorprende è la capacità di far convivere la letteratura mitteleuropea con le ascendenze francesi (Proust soprattutto), gotiche e fiabesche. C’è indubbiamente Joseph Roth, c’è Mann (più “La morte a Venezia” che i più scontati “Buddenbrook”) ma la personalissima rielaborazione è tra Proust (con periodi larghi e flussi ipotattici, più veloci però) e un certo realismo magico, quello di Márquez.

La favola nera

Tutto infatti inizia in un luogo che pare una favola nera, il castello nel bosco, lì crescerà un bambino dagli occhi grigi e la pelle diafana. Lì cresceranno i suoi eredi e in quel luogo da fiaba si sentono già le prime crepe, il crollo di una casa e di una nazione. Le atmosfere favolose convivono con un clima ossimorico ovvero anaffettivo. Perché nel castello non vengono ereditati solo possedimenti ma distanze, paure, silenzi, colpe. La decadenza che tanta parte ha nei Lázár è storica e privata. Gli eventi che investono il castello e l’Ungheria intera sembrano incontrollabili e Biedermann riesce a creare una struttura e una lingua che riproduce questa sensazione di velocità e di perdita.

Il tempo è destinato a un unico obiettivo, quello di divorare la storia e gli uomini. Le dittature hanno deciso le tragedie d’Europa, così lo scrittore è autoritario con i suoi personaggi, impone loro un destino a cui cercano di sfuggire. E allora sì, è importante rivolgere la testa all’indietro, alla ricerca del tempo perduto, ma non per un effetto nostalgico. Piuttosto per cambiare il presente.

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