«Un cesto di fiori sopra uno scoglio», il soggiorno triestino (dimenticato) dello scrittore francese Charles Nodier

La storia della letteratura ne ha cancellato il ricordo. Arrivato nel 1813 come bibliotecario, l’autore rimase affascinato dal capoluogo giuliano trasformandolo in cornice per le sue opere

Zeno Saracino

«La posizione di Trieste ha qualche cosa di melanconico (...). Serrato fra un mare immenso, e montagne inospitali ed inaccessibili, offriva l'immagine d'una prigione; l'arte domatrice del suolo ne ha fatto un delizioso soggiorno. I suoi palazzi che si stendono a guisa di anfiteatro dal porto sino alla elevazione della montagna, ed oltre ai quali si sviluppano di grado in grado dei giardini di una grazia inesprimibile, boschetti di castagni, di melograni e di ulivi, seminati di gelsomini e di roseti che imbalsamano l'aria, e sopra di tutto questo l'austera vetta delle Alpi Illiriche, ricordano al viaggiatore che attraversa quel golfo, l'ingegnosa invenzione del capitello Corinzio. È un cesto di fiori posato sopra uno scoglio».

Scrittore-bibliotecario e massone

La storia della letteratura ha cancellato il ricordo del soggiorno a Trieste di Charles Nodier, ma all'interno dei rapporti tra la città e la Francia l'immagine del canestro triestino ha avuto singolare fortuna. Se alcuni intellettuali francesi ebbero con la città un rapporto se non negativo, certo conflittuale (Stendhal docet), Charles Nodier rimase affascinato dalla città, dedicandole due romanzi, in ordine “Jean Sbogar” (1818), qui nella seconda traduzione del 1855 pubblicata proprio a Trieste (“Giovanni Sbogar, il bandito: racconto triestino”) e “Mademoiselle de Marsan” (1832), portato però in Italia appena nel 1987.

Figlio della rivoluzione, ma di sentimenti ambigui, specie verso la dominazione del piccolo caporale, Nodier costituisce un doppio archetipo: è uno dei primi bibliotecari-scrittori, affiancando a una scrittura feconda (decine i romanzi, centinaia gli articoli e i saggi), una consumante bibliofilia; è inoltre frequentatore di società segrete, quale figlio di massoni, fondatore dei Filadelfi” e in contatto con molteplici associazioni sovversive. Non a caso i romanzi presentano fitte ragnatele di simboli, dense di colpi di scena improbabili tipici del feuilleton, dove si ritrovano i riti di iniziazione del periodo, associazioni segrete, complotti occulti. Non meraviglia allora come una delle poche menzioni recenti di Nodier compaia nelle Storie nere ai tempi degli Asburgodi Deiuri e Pitacco.

Il soggiorno triestino

Ma quale tortuoso percorso aveva portato Nodier a Trieste? Il bibliotecario vi giunse nel 1813, rimanendovi due mesi, tra agosto e settembre; nell'occasione rivestì il ruolo di direttore della Biblioteca Civica. Presto però si trasferì a Lubiana dove, sempre nelle vesti di bibliotecario municipale, lavorò anche come redattore del Télégraphe officiel, giornale ufficiale delle province dell'Illiria. Gli sloveni non l'hanno scordato, perché l'Istituto Culturale francese della capitale ancora reca il suo nome.

Due romanzi dimenticati

Un soggiorno pertanto breve, ma fecondo, perché Trieste è comunque assoluta protagonista tanto in “Jean Sbogar” quanto nella “Mademoiselle de Marsan”. In particolare il primo romanzo, dedicato a un feroce, ma affascinante bandito dell'Illiria, influenzò il nascente movimento romantico, a partire da Victor Hugo e Alexandre Dumas.

Con “Jean Sbogar” la cornice è infatti il periodo turbolento d'interregno tra la seconda e la terza occupazione francese dove il Carso era dominio di briganti e soldati sbandati. Tra questi giganteggia il byroniano Sbogar, innamorato di Antonia Montlyon, una giovane fanciulla che vive con la sorella in una villa a Sant'Andrea, all’epoca elegante villeggiatura suburbana.

Nodier dimostra una grande attenzione ai gruppi etnico-religiosi presenti all'epoca nel Nordest, descrivendo «una folla di popoli celebri nella storia od interessanti pei loro costumi» tra cui “quegli amabili paesani del Friuli, le cui danze pastorali e le gaie canzoni divennero di fama europea».In questo contesto Nodier nutre profondissime suggestioni verso «il Farnedo od il Boschetto» che assume un carattere di luogo magico, di natura iniziatica, descritto come «una piccola foresta di verdi querce, che l'arte ha ridotto in un luogo di delizie».

Trieste e il Carso

Anche con “Mademoiselle de Marsan” il “Farnedosvolge un ruolo importante, essendo un luogo dove il sogno, il soprannaturale, l'onirico penetrano nella realtà di ogni giorno, generando incubi romantici di fantasmi, briganti, impossibili (e tragici) amori. Sempre al Boschetto, ritornando al primo romanzo, la giovane protagonista incontra un vecchio morlacco che, strimpellando la “guzza” (presente al Museo Schmidl, una sorta di chitarretta), l'avvisa contro il pericoloso Sbogar.

Anche a Trieste, nelle pagine successive, si moltiplicano gli avvertimenti misteriosi, tutti volti a metterla in guardia contro il fascinoso brigante: un giovane «ravviluppato in un corto mantello alla veneziana» e voci maschili che menzionano il nome di Antonia presso il Molo San Carlo. Le sorelle Montlyon scelgono allora di partire verso Venezia, unendosi a una carovana «in cui si riunissero tutti i viaggiatori diretti ad un luogo, per iscortarsi reciprocamente». Trieste è infatti ormai una città considerata insicura, descritta come «un magico palazzo ove, incessantemente osservata da invisibili spioni, viveva alla mercé d'uno sconosciuto tiranno».

La carrozza parte da “Optschina”, ma all'altezza di “Sestiana” un attacco dei briganti fa temere il peggio: il gruppo di donne si salva solo grazie all'intervento di un misterioso monaco armeno che si lancia nella mischia. Il giorno successivo le sorelle giungono alla «ridente Gorizia, ricca di fiori e di frutta, ed il cui aspetto incanta da lungi gli occhi del viaggiatore appena uscito dalle infeconde roccie del Carso». E infine, dopo «il modesto villaggio di Mestre», ecco “la superba Venezia”. Il romanzo poi prosegue, tra colpi di scena (molti) e palpiti romantici (tantissimi), ma la parentesi triestina appare conclusa. E il monaco armeno? Era ovviamente nientemeno che Sbogar in incognito, perdutamente innamorato della tremebonda eroina.

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