Scerbanenco dal libro al cinema, il critico Pezzotta: «Oggi raccontando le gang sarebbe ancora più pessimista»
L'archivio di Lignano, i film di Di Leo e la svolta degli anni Sessanta: come lo scrittore ha trasformato il poliziesco in uno specchio della realtà

Nel giallo italiano c’è un prima e un dopo Scerbanenco. Parola di Alberto Pezzotta, giornalista, critico cinematografico e autore di un libro (Il noir italiano prima e dopo Scerbanenco, Mimesis) che sarà presentato oggi alle 17 a Lignano Noir. Un incontro che vede anche la presentazione dei romanzi di Luca Crovi, L’aquila e i lupi, e di Franco Forte, Vero. Il romanzo di Marco Aurelio. Crovi, Fortee Pezzotta saranno anche ospiti oggi di Antonia Pillosio e Giacomo Plozner, dalle 11.30 alle 12.30, nll’ultima puntata del programma radiofonico di Rai Fvg in diretta dalla Biblioteca di Lignano e aperto al pubblico.
Pezzotta, perché c’è un noir italiano prima e dopo Scerbanenco, per cosa è così importante lo scrittore?
«Innanzitutto è il primo autore di un noir che viene riconosciuto come degno di una dignità letteraria, della cultura del dopoguerra, in particolare da critici e giornalisti, a partire da Venerdì privata. Poi il premio che vince in Francia, ovviamente, gli fornisce una ulteriore legittimazione. La seconda novità è che con Scerbanenco il noir italiano porta sulla pagina una realtà di cui prima non si parlava, una realtà molto italiana, legata in particolare a Milano, ma non solo; una realtà di trasformazione della malavita, un senso di insicurezza diffuso, un senso di degradarsi della società civile».
Ma perché c’era questo pregiudizio per il giallo?
«Il pregiudizio era duplice: da una parte c’è l’esterofilia per cui si pensa che gli italiani non possono imitare il genere noir, dall’altro c’è una tradizionale sottovalutazione dei generi che però negli anni Sessanta si erode, nel momento in cui Sciascia scrive dei gialli dei polizieschi a partire dal giorno della Civetta la critica non ha più motivo di guardare con sdegno, con sospetto, con snobismo i generi gialli. Sciascia prima di Scerbanenco toglie questi pregiudizi nei confronti del giallo agendo a cavallo tra narrativa di genere e letteratura. Poi Scerbanenco approfitta anche di questo clima mutato in Italia e di questa nuova visione del giallo di autori come Sciascia che utilizzano il giallo per parlare della verità, della giustizia, di altri problemi metafisici e morali».
Scerbanenco è stato portato al cinema ma si è mai riusciti a cogliere in pieno il suo mondo?
«Nell’archivio affidato dalla famiglia al Comune di Lignano, ci sono i documenti epistorali che testimoniano che verso il 1966-1967 i registi italiani fanno una coda per cercare di avere i diritti per portare sullo schermo sia i racconti di Novella 2000 sia i gialli di Duca Lamberti. Da una parte certi film come Piemonte Privata o I ragazzi del massacro in qualche modo eufemizzano il personaggio di Duca Lamberti, lo buonizzano, lo rendono meno duro, meno giustizialista, meno spietato. Poi dall'altra parte c'è l'operazione che Fernando Di Leo in Milano Calibro 9 e in La mala ordina che da Scerbanenco prende solo degli spunti, serve avere un bollino di garanzia».
Elisabetta Sgarbi ha presentato lo scorso anno un film tratto da L’isola degli idealisti
«è stata un’operazione molto intelligente perché Elisabetta Sgarbi giustamente prende un libro scritto nel periodo di guerra dove comincia ad emergere il pessimismo di Scerbanenco, però poi lo sposta negli anni ’60 e ’70».
Cosa è successo dopo Scerbanenco?
«Sostanzialmente due cose: l'emissione della commedia, i toni sarcastici, satirici, ironici, addirittura comici, che caratterizzano il giallo italiano da Loriano Machiavelli. E aggiungo che il noit italiano negli ultimi 20-30 anni è caratterizzato anche dal politicamente corretto.
Se oggi Scerbanenco raccontasse la Milano blindata dalle telecamere, dominata dalle gang,, cosa scriverebbe?
«Sicuramente oggi Scerbanenco sarebbe molto più pessimista»
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