Il cinema di Seul spiazza i generi con il noir “Night in Paradise”

C’è tutto il meglio del cinema coreano in questo bel noir romantico e dolente del 40enne regista Park Hoon-jung, apprezzato per i suoi gangster film, che ha presentato il film a Venezia e che in precedenza aveva vinto all’importante festival di Sitges con l’epica gangster “New World” (2013).
Anche in “Night in Paradise” si ritrovano i caratteri più tipici della cinematografia di Seul, che pervadono sia le opere d’autore premiate con l’Oscar (“Parasite”), sia i prodotti di genere, che vengono così valorizzati da spessore psicologico e qualità artistica. Tali caratteri riguardano temi quali i legami familiari e sentimentali, visti come baluardi dei guasti sociali e messi in estremo pericolo al fine di suscitare sdegno, empatia e nostalgia di antichi e solidi valori. Poi non manca mai nei film coreani il gusto della sceneggiatura sorprendente, del colpo di scena, della svolta narrativa imprevedibile. E infine, ma non ultima, c’è una violenza esagerata, coreografata, metaforica, simbolo di un disagio estremo individuale e collettivo. Un cinema lontano dai canoni occidentali, dai forti contrasti, miscela di melodramma e azione rocambolesca.
In “Night in Paradise” questi ingredienti segnano la tormentata vicenda di Tae-gu, giovane “numero due” di una banda di gangster, corteggiato da altri boss. A Tae-gu però qualcuno uccide in un attentato l’amata sorella con la nipotina. Lui si vendica brutalmente col presunto mandante, ma poi, braccato, deve fuggire su un’isola, nella casa di un veterano mercante d’armi che ha una nipote bella, ombrosa, con problemi di salute, ma tiratrice infallibile. Il film a questo punto integra più generi, diventando un’intensa e platonica storia d’amore, un elegiaco road-movie, una sorta di western crepuscolare con tanto di duello finale. —
P.l.
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