Il film neorealista sull’«Aquila» con Kezich al servizio del Gma

TRIESTE Uno straordinario - e finora poco ricordato – documento filmato sulla Trieste del Governo Militare Alleato viene omaggiato giovedì 27 agosto (ore 21), a 70 anni dalla sua realizzazione, alle Giornate della luce. La proiezione si terrà a Cinemazero di Pordenone, dove la rassegna si sposta per una serata in onore di Vittorio Storaro.
Il documento triestino è “Aquila”, un film a soggetto di 23 minuti di propaganda statunitense girato nel 1950 da Jacopo Erbi, pseudonimo di Herbert Laurence Jacobson, direttore americano di Radio Trieste. La pellicola, prodotta dall’Eca, l’agenzia per l’erogazione degli aiuti del Piano Marshall, aveva lo scopo di sottolineare il riavvio, con quasi tre miliardi di lire, delle raffinerie muggesane Aquila bombardate durante la guerra, contribuendo così al rilancio dell’economia cittadina e creando nuovi posti di lavoro. Ma il film, grazie ai collaboratori locali, con esiti paradossali diventa qualcosa di più e di diverso: un singolare esempio di neorealismo cinematografico triestino al servizio della propaganda statunitense.
Partecipa infatti alla realizzazione di “Aquila” l’allora 22enne Tullio Kezich, che dal 1946 (e fino al 1954) è recensore di film con frequenza plurisettimanale proprio all’Ente Radio Trieste diretto da Jacobson. Kezich, che all’epoca era curioso di sperimentare, dopo la critica, anche la pratica cinematografica, e si era appena dato da fare sul set carsolino di “Cuori senza frontiere” di Luigi Zampa, ricorderà così la collaborazione per “Aquila” con quello “strano” direttore: «Si trattava di un film di propaganda per l’European Recovery Program (denominazione ufficiale del Piano Marshall, ndr) e lavorai per Jacobson come aiuto regista, sceneggiatore e costumista. Gli operatori erano i fratelli Vitrotti e l’attore principale Natale Peretti (che poi lavorò a lungo per la tv, ndr)».
Sicuramente grazie agli interventi di Kezich e di Gianni Alberto e Franco Vitrotti, talentuosi figli d’arte e protagonisti del documentarismo di qualità di quel periodo (“Bora a Trieste”), da pellicola di propaganda “Aquila” diventa un curioso esperimento neorealista nel contesto della Trieste occupata, una sorta di “Ladri di biciclette” di confine con un “happy end” a stelle e strisce. Bisogna pensare che all’epoca, nel dopoguerra, l’attività di cantieri e officine in città si riduce della metà, che la forza lavoro nell’industria si riduce di un terzo, e che 22mila triestini emigrano in quel periodo in Australia. Per raccontare allora come il rilancio dell’Aquila potesse cambiare questa situazione, lo sceneggiatore in erba Kezich ricorre al fresco esempio narrativo del papà costretto a rubare una bicicletta per sfamare il figlio, inventato da De Sica e Zavattini, celebrato in tutto il mondo e premiato con l’Oscar.
“Aquila” è girato senza parole, come un film muto, accompagnato solo dalla musica di Mario Bugamelli, figura pittoresca e molto amata della Trieste musicale del ‘900, con l’orchestra di Radio Trieste. Lo stile visivo è asciutto ma espressivo, le inquadrature sono studiate ed efficaci. La città, al solito, è fotogenica e variegata negli scenari. L’inizio del film mette in contrapposizione simbolica due sfilate, una sportiva della gioventù triestina allo stadio, e l’altra politica dei sindacati, che alla fine si radunano in Campo San Giacomo e arringano la folla reclamando più lavoro. Ad ascoltarli c’è un disoccupato (Natale Peretti), che poi vediamo recarsi all’ufficio collocamento (Palazzo Carciotti) dove viene respinto per mancanza di offerte da un cinico funzionario (lo stesso Jacobson). Tornato nella sua umile casa in periferia, dove lo attendono la moglie e due bimbi, l’uomo si dispera non potendo comprare nulla da mangiare. Esce, vaga per Cittavecchia, infrange la vetrina di una pasticceria e ruba una scatola di dolci. Inseguito dalla folla (come in “Ladri di biciclette”) e presto catturato, finisce in questura, ma qui il modello neorealista finisce e comincia l’ottimismo americano. Per pietà l’uomo viene subito rilasciato, e accidentalmente legge su un quotidiano sgualcito a terra: “Due miliardi e 700 milioni per il completamento dell’Aquila”. Finirà felicemente assunto alla raffineria, fra cisterne e tubature lucenti nuove di zecca. Tornando sereno a casa, dove ora l’aspetta un pasto caldo per tutta la famiglia, lo vediamo accendersi una sigaretta senza accorgersi che sul muro c’è un manifesto (per lui ormai inutile) del Partito Comunista.
Secondo una ricerca del “California Italian Studies Journal”, che ha analizzato 200 film con scopi propagandistici prodotti in Italia dall’Eca, è proprio “Aquila” il modello di queste pellicole, che a partire da storie di finzione erano girate e sceneggiate nello stile del cinema neorealista. —
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