L’inquietante viaggio nel tempo della black comedy spagnola in primo piano al Science+Fiction
Il 7 novembre al Rossetti 5 More Minutes. Spazio anche a registi da Canada e Nuova Zelanda

Fra pandemia mondiale, nuove guerre con droni e AI, guerre ibride, in questi anni ’20 ci stiamo assuefacendo a qualsiasi tragedia o sorpresa che un tempo avremmo definito fantascienza. Sembra questo il messaggio della scatenata black comedy spagnola “5 More Minutes” di Javier Ruiz Caldera, in programma sabato 7 novembre alle 17 al Rossetti. Che il cinema spagnolo fosse in salute, ce n’eravamo accorti tutti allo scorso festival di Cannes, dove erano in concorso tre titoli iberici (e nessun italiano), con “La bola negra” a primeggiare anche in chiave Oscar.
Bene ha fatto pertanto il Science+Fiction a portare nel concorso europeo Méliès questo gioiello di sceneggiatura e recitazione, che ha vinto il premio del pubblico ai festival del fantastico di Sitges e Strasburgo. E forse “5 More Minutes” riuscirà a rinverdire a Trieste i fasti del precedente spagnolo di quasi 20 anni fa “Timecrimes” (2007) di Nacho Vigalondo, uno degli Asteroidi d’oro più amati della storia di Science+Fiction, che con il film attuale condivide la tematica dei salti temporali. Infatti in “5 More Minutes” una litigiosa coppia borghese si reca per una vacanza in una villa in collina, ma in questo scenario agreste presto si ritrova in un incubo. Il mondo sembra entrare in un loop temporale e i due sono condannati a rivivere di continuo gli ultimi cinque minuti trascorsi.
Come suggerito all’inizio, l’abilità di Javier Ruiz Caldera sta nel far calare i suoi personaggi in questa situazione assurda come se non fosse più anormale di tante altre già vissute, con una grande naturalezza e credibilità di recitazione e dialoghi, facendo probabilmente tesoro delle esperienze pandemiche e dell’assuefazione delle persone alle crisi del presente. Perciò il classico dispositivo del viaggio del tempo diventa qui una sapiente operazione combinatoria, nonché un film divertente ma anche sottile, capace di andare a fondo nella psicologia e nei comportamenti umani d’oggi.
Un’altra cinematografia non statunitense che si dimostra vivace nel fantastico è quella canadese, che alle 20 al Rossetti presenta “Freaks Part II” del duo di registi Zach Lipovsky e Adam B. Stein, sequel di quel “Freaks” vincitore del Premio Asteroide nel 2018. Thriller superbo, il primo film era una versione indipendente degli X-Men. Ambientato anni dopo la fine della prima vicenda, questo “Freaks Part II” (presentato al Fantasia Film Festival di Montreal e a Vancouver) ritrova Chloe (Lorelei Olivia Mote), ora dodicenne, che dopo essersi riunita alla madre Mary (Amanda Crew) nel primo film, trascorre con lei la vita in viaggio, dando la caccia agli agenti che hanno tenuto prigioniera la madre e ucciso la sorella. “Freaks Part II” rappresenta un modo brillante di realizzare un sequel. Vuole essere più impegnativo del precedente, espandendo l’universo della vicenda da una piccola casa alle distese americane. Mette in gioco anche più personaggi, ognuno dei quali trova una propria collocazione. Il risultato è una storia che riesce a divertire sia gli amanti dell'azione, sia chi ama commuoversi.
Nel catalogo del Science+Fiction di quest’anno Nicoletta Vallorani, docente di Letteratura inglese a Milano, scrive un meritorio saggio intitolato “La SF e il corpo (materiale) delle donne” dove - sottolineando quanto la fantascienza nei suoi 100 anni abbia sempre avuto un legame profondo con i cambiamenti sociali - racconta come nel tempo la figura femminile nel genere si sia riappropriata materialmente di un ruolo più centrale, attivo, profondo e meno ornamentale. Ne è testimonianza in questa edizione di Science+Fiction la ricchezza di ruoli di donne protagoniste, con un filone in particolare, il body-horror, molto significativo. Come nel francese “Species” del primo giorno, anche nel neozelandese “Mum, I’m Alien Pregnant” del collettivo Thunderlips (oggi all’Ariston a mezzanotte e mezza), il body-horror si fa metafora delle problematiche del corpo femminile, con una giovane donna che scopre di essere rimasta incinta di un parassita extraterrestre, dando inizio a una trasformazione fisica tanto grottesca quanto terrificante. Scrive il collettivo Thunderlips: «È una storia in qualche modo autobiografica, solo minimamente impreziosita da un pene extraterrestre, nata dalla nostra partecipazione agli orrori della gravidanza, sia quelli biologici, sia quelli inflitti alle donne attraverso l'indifferenza codificata dei medici».
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