Il generale triestino Mazzaroli: «In Kosovo siamo stati abbandonati. L’ho detto, mi hanno rimosso»

Il 9 novembre la presentazione del libro “Una vita con il Cappello Alpino” (Aviani & Aviani editori) al Circolo della Stampa. Missioni, ricordi, impegno civile

Paolo Marcolin
8 aprile 2003, la cattedrale di Jacova in Kosovo (Foto Mimmo Frassineti /AGF)
8 aprile 2003, la cattedrale di Jacova in Kosovo (Foto Mimmo Frassineti /AGF)

TRIESTE. Per un alpino il proprio cappello è un modo di pensare e di comportarsi, un insieme di valori ai quali uniformare la propria vita. A quel cappello il generale Silvio Mazzaroli ha dedicato la sua carriera e la sua vita, per cui quando ha deciso di aprire lo zaino delle sue memorie, in cui trovano posto avvenimenti che hanno segnato la storia del XX secolo come la disgregazione della Jugoslavia e la fine dell’Urss, e capitoli di rilievo dell’impegno internazionale dell’Italia come le missioni di pace in Kosovo e Mozambico, il titolo era già pronto: ‘Una vita con il Cappello Alpino’ (Aviani & Aviani editori, 493 pagg., 24 euro). Il libro, giunto alla seconda edizione, sarà presentato al Circolo della stampa mercoledì 9 novembre alle 17.30 dall’autore in dialogo con Massimo Gobessi, Edoardo Triscoli e Pierluigi Sabatti.

 

Generale Mazzaroli, tra i tanti ricordi felici della sua carriera che ricorda nel libro c’è anche una spina, il suo ‘siluramento’ quando era vicecomandante della missione Nato in Kosovo, nel 2000. Cosa successe?

«Quando un militare è in missione ha bisogno di sentire che dietro c’è un Sistema-Paese che lo sostiene. E questo in Kosovo non è successo. Durante i cinque mesi che sono stato laggiù non ho visto nessun politico che si interessasse su come andavano le cose. È venuto solo il presidente Ciampi accompagnato dai capi di stato maggiore per fare gli auguri di Natale, mentre io incontravo quotidianamente rappresentanti di altri Paesi che venivano a veder cosa faceva il contingente, quali erano i problemi. Dall’Italia doveva venire Minniti (al tempo sottosegretario alla Difesa, ndr) ma non è mai venuto».

Vi siete sentiti abbandonati?

«Esatto. Ed era persino l’ultimo dei miei alpini mi chiedeva, cosa vuole da noi il nostro paese, cosa siamo venuti a fare qui».

E lei ha denunciato e ha pagato.

«Sono stato sollevato dall’incarico in 48 ore».

Una procedura inconsueta.

«È inconsueto che un ufficiale prenda una posizione come ho fatto io. Le rare volte che è successo chi l’ha fatto poi ha ritrattato. Io no, anzi, ho ribadito».

Una coerenza per la quale varie forze politiche la volevano nelle loro file.

«Ho sempre rifiutato perché volevo prima finire il percorso militare e poi non se ne è fatto nulla».

Nella missione in Mozambico invece le cose andarono in modo diverso.

«Indubbiamente. La missione in Mozambico aveva nell’Italia la principale protagonista, ciononostante da quella missione, che è stata l’unica missione di pieno successo fatta dall’Onu, l’Italia non ha ricavato niente. Per me, che avevo passato là diciotto mesi, è stato un motivo di frustrazione. Si può dire che la mia presa di posizione in Kosovo fosse nata da lì, perché vedevo che tutti quanti gli altri paesi che erano presenti avevano un ritorno dal loro impegno noi no».

All’inizio del nuovo secolo, fino a quando lei è rimasto operativo, era immaginabile una guerra nel cuore dell’Europa come quella che stiamo vedendo in Ucraina?

«Sì, era abbastanza immaginabile vista la piega che avevano preso le cose dopo la caduta del Muro di Berlino. Si poteva cercare di fare entrare in modo più collaborativo la Russia nel contesto occidentale, ricordo anche un tentativo fatto da Berlusconi, ma poi è subentrata di nuovo la conflittualità, che è sfociata nella guerra in Ucraina».

La guerra poteva essere evitata?

«Sì, con un po’ di lungimiranza. Gli Stati Uniti hanno grosse responsabilità per quanto sta succedendo. Avevano cercato di mettere la Russia all’angolo e chi è all’angolo normalmente reagisce anche con poco buon senso».

La guerra potrà durare ancora a lungo?

«Non lo so se durerà a lungo, penso di intuire quale sarà la soluzione, ovvero che l’Ucraina entrerà a far parte dell’Unione europea ma resterà fuori dalla Nato».

Il rischio nucleare esiste?

«Per me no, le potenzialità di un’offesa nucleare sono tali che non conviene a nessuno innescare il processo. Fino adesso il nucleare è servito a mantenere uno stato, ancorché precario, di pace e mai a fare una guerra».

Lei è nato a Trieste ma è esule da Pola, dove era nato suo padre. Nel suo libro si percepisce il dispiacere per come il senso di amor di patria si sia andato perdendo.

«Trieste era tutta imbandierata in occasione delle ricorrenze, i sentimenti di allora si sono annacquati. Anche la cerimonia di Redipuglia che negli anni Sessanta era piena di gente, adesso è pressoché disertata dal pubblico».

Invece sono sempre molto partecipati i raduni degli alpini. Siete sempre molto amati.

«L’Associazione Nazionale Alpini è l’unica istituzione che mantiene delle tradizioni e le porta avanti soprattutto in ambito civile. Quando c’è bisogno noi ci siamo. Però con la fine del servizio di leva questo associazionismo va scemando».

La scorsa estate ci sono state polemiche in merito al raduno di Rimini riguardo le presunte molestie subite da alcune donne. Una vicenda archiviata poi dalla Procura.

«È stata una polemica estremamente strumentale con pochissimo sottofondo di verità che, come succede spesso in Italia, è stato strumentalizzato. Ne ho fatto tantissime di adunate e vedo che spesso i comportamenti censurabili sono compiuti da gente che si mette un cappello alpino in testa comprato su una bancarella solo per far parte della goliardata».

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