Sessant’anni fa lo scippo del primato triestino della cantieristica navale
A metà giugno 1966 la decisione dell’Iri di accorpare il Cantiere San Marco al polo industriale di Genova. La città si ribellò dando vita per mesi a proteste e scioperi

Non fu proprio un fulmine a ciel sereno, quello che a metà giugno di sessant’anni fa affondò la gloriosa tradizione cantieristica triestina. L'annuncio del presidente dell’Iri Giuseppe Petrilli che i Cantieri riuniti dell’Adriatico, il San Marco e la Fabbrica Macchine dovevano fondersi con Genova, nuovo cuore e cervello unico dell’industria navale italiana, arrivava da lontano. Dalla crisi dei traffici marittimi dopo la guerra arabo israeliana del 1964 e dagli accordi del Mercato comune europeo sull’abolizione delle protezioni alle costruzioni navali.
Il giorno dopo le parole di Petrilli l’editoriale del direttore del Piccolo Chino Alessi andava dritto al punto già dal titolo: “Cancellati dal mare”. Va bene, diceva Alessi, c’è la crisi e bisogna fondersi, ma perché doveva essere Genova il centro del nuovo polo navale? Non contava nulla la tradizione e, soprattutto, la qualità del lavoro che veniva fatto a Trieste? Tanto più, aggiungeva Alessi, che le navi che uscivano dai cantieri di Genova erano fatte male. Carpinteri e Faraguna, sulla Cittadella della domenica dopo, lo spiegavano a modo loro in una vignetta disegnata da Renzo e Josè Kollmann: «Voi - spiegava un omino con bombetta e valigetta ventiquattr’ore agli operai e ai progettisti triestini - non farete più navi: d’ora in poi farete zavorre per tenere dritte le navi storte che faranno altrove».

La reazione della popolazione fu immediata e violenta. Manifestazioni, scioperi e scontri con le forze dell’ordine attraversarono Trieste per diversi mesi di quel 1966 che verrà ricordato come uno dei momenti più drammatici del dopoguerra. Migliaia di operai e cittadini scesero in piazza contro una decisione percepita come calata dall’alto, incapace di tener conto delle specificità locali e del peso sociale del settore.
Per comprendere la portata della crisi è necessario partire dal ruolo che la cantieristica aveva ricoperto nella storia della città. Fin dall’Ottocento, con lo Stabilimento Tecnico Triestino e la Fabbrica Macchine di Sant’Andrea, Trieste si afferma come uno dei principali poli navalmeccanici dell’Impero asburgico, legando in modo indissolubile porto, industria e lavoro operaio. Dopo la Prima guerra mondiale e l’annessione all’Italia, questo sistema produttivo viene riorganizzato nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico (CRDA), poi inseriti nell’orbita dell’Iri, consolidando una struttura industriale fortemente dipendente dall’intervento pubblico. Il secondo dopoguerra si apre tuttavia in condizioni difficili. La città vive gli anni incerti dell’amministrazione anglo-americana e una reintegrazione tardiva nel sistema economico italiano. In questo contesto, la cantieristica continua a rappresentare una risorsa fondamentale, ma manifesta progressivi segnali di debolezza: obsolescenza degli impianti, eccesso di capacità produttiva rispetto alla domanda internazionale, crescente concorrenza dei grandi poli europei.
È all’inizio degli anni Sessanta che la crisi diventa strutturale. Il governo italiano, sotto la pressione delle esigenze di razionalizzazione e degli orientamenti europei, elabora un piano di riassetto dell’intero comparto cantieristico. Nel 1966 la Commissione interministeriale per la programmazione economica avvia una riorganizzazione che colpisce duramente Trieste: i cantieri vengono accorpati in un’unica grande struttura nazionale con sede a Genova e il ruolo produttivo locale viene drasticamente ridimensionato. Il cantiere San Marco, simbolo della tradizione industriale cittadina, è tra i più penalizzati. Si tratta di un trauma profondo per la città: non solo per la perdita di posti di lavoro, ma anche per il colpo inferto all’identità collettiva costruita attorno alla “civiltà del cantiere”.
Nei mesi successivi la protesta popolare non si placa. Sabato 8 ottobre gli scontri divampano a San Giacomo e si allargano a piazza Garibaldi e largo Barriera. Alla fine si contano 450 fermi, 89 arresti, 79 tra feriti e contusi. Lo Stato tenta di offrire una compensazione attraverso la creazione di un nuovo polo produttivo. Proprio nel 1966 nasce infatti, dall’accordo tra Fiat e Iri, la Grandi Motori Trieste (GMT), cui confluiscono le attività motoristiche della Fiat, dell’Ansaldo e della Fabbrica Macchine dei CRDA. L’obiettivo è quello di riconvertire parte della tradizione navalmeccanica locale verso la produzione di grandi motori diesel per uso marino e industriale.
La nascita della Grandi Motori rappresenta una svolta importante: il nuovo stabilimento, realizzato tra la fine degli anni Sessanta e i primi Settanta a San Dorligo della Valle, diventa uno dei più avanzati d’Europa nel settore dei motori diesel. Tuttavia, questa riconversione non riesce a colmare del tutto il vuoto lasciato dalla chiusura dei cantieri. La perdita di centralità della costruzione navale comporta una riduzione complessiva dell’occupazione e modifica profondamente il rapporto tra città e industria.
La vicenda del cantiere San Marco e della nascita della Grandi Motori Trieste rimane quindi emblematica di una transizione complessa. Non si tratta soltanto di una crisi economica, ma di un passaggio storico in cui si ridefiniscono identità, equilibri sociali e prospettive di sviluppo che ha anche notevoli ripercussioni sulla politica cittadina. Non solo a breve termine, quando nelle amministrative del 1966 oltre 10 mila elettori votano scheda bianca e il Partito comunista non aumenta i voti, segno della crisi della classe operaia che, «pur compatta e decisa – scrive lo storico Elio Apih – non riesce neanche in questa occasione a realizzare un’alleanza con le altre forze sociali». Ma il colpo inferto a Trieste fa crescere nella gente il sentimento che la città è stata abbandonata. Un sentimento che pochi anni dopo, con la firma degli Accordi di Osimo, diventa convinzione e fa divampare la protesta popolare e autonomista incarnata dalla Lista per Trieste.
È in questa dialettica tra perdita e innovazione che si gioca il destino della Trieste del dopoguerra: una città costretta a reinventarsi, sulla dolce ala della memoria delle grandi navi e del ronzio dei motori un tempo destinati a solcare i mari del mondo.
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