Il governo del cambiamento? Osservandolo da vicino è in continuità con i precedenti...

Quest’anno la politica non chiude per ferie e allora anche sotto il sole d’agosto non è fuori luogo sfogliare qualche libro che possa servire come bussola nei prossimi mesi. ‘Politica in Italia’ (il Mulino, 283 pagg., euro 25) di David Natali ed Edoardo Bressanelli ripercorre giorno per giorno i fatti che si sono svolti 2018 e offre alcune interpretazioni della svolta vissuta nella vita politica italiana con la vittoria alle elezioni dello scorso anno di due movimenti populisti. Il volume analizza gli atti chiave del governo gialloverde, il decreto dignità, la politica europea e la gestione dei flussi migratori. Ne emerge un quadro in cui l’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, pur presentando evidenti elementi di rottura, per certi aspetti si pone, sorprendentemente, in sostanziale continuità rispetto alle precedenti esperienze di governo.

Il terremoto politico avvenuto in Italia nel 2018 non è isolato, ma si inscrive nel processo di incessante metamorfosi che coinvolge l’intero corpo sociale europeo. Interpretare questo cambiamento è molto difficile. Ci provano Renato Mannheimer e Giorgio Pacifici che con il loro ‘Europe. Sociologia di un plurale necessario’ (Jaca Book, pagg. 109, euro 15) propongono una chiave di lettura che, al posto delle vecchie classi sociali mette alcune grandi aree-contenitore: quella del benessere, l’area della garanzia, quella della creatività, l’area dell’incertezza e quella del malessere. L’idea è che ormai individui e gruppi sociali hanno pochi legami ideali e valori condivisi, ma sono accomunati da interessi e comportamenti comuni. Le aree sociali dell’incertezza e del malessere, composte da circa cento milioni di persone e caratterizzate da redditi bassi e molta disoccupazione, sono quelle dove sono maggiormente diffusi sovranismo e populismo, due forze che stanno spingendo molte democrazie tradizionali, ultima quella romena, verso forme di democrazia autoritaria. Sono loro, le cosiddette demokrature, lo spettro che si aggira per l’Europa, al cui stadio successivo, finale, c’è la dittatura. Conclusione alla quale, secondo la scrittrice, giornalista e commentatrice turca Ece Temelkuran, la Turchia sarebbe pericolosamente vicina. Il suo ‘Come sfasciare un paese in sette mosse’ (Bollati Boringhieri, pagg. 206, euro 18) è costruito partendo dall’assunto che la democrazia in Turchia è stata definitivamente liquidata nella notte del 15 luglio 2016. Sperando che possa servire a beneficio del resto del mondo per scongiurare questa deriva, Temelkuran illustra quali sono le cinque tappe che portano alla distruzione di un sistema democratico. Intanto bisogna creare un movimento; poi disgregare la logica e spargere il terrore nella comunicazione; quindi abolire la vergogna, perché essere immorali è ‘figo’ nel mondo post-verità; indi smantellare i meccanismi giudiziari e politici; la quinta tappa è la progettazione di cittadini e cittadine ideali attraverso la riduzione delle donne a un ruolo ancillare, ultima casella di questo percorso populista che prevede l’approdo alla dittatura.

Chi non la pensa così ed è alla ricerca di qualche ricetta che attraverso la via democratica possa battere le derive autoritarie può cominciare col chiedersi cos’è il ‘framing’ e leggere ‘Non pensare all’elefante!’ (Chiarelettere, pagg. 244, euro 17) di George Lakoff, già docente di linguistica e scienze cognitive all’università di Berkeley. I ‘frame’ sono cornici mentali che determinano la nostra visione del mondo e che compongono il nostro senso comune. Usare nel modo giusto i ‘frame’ significa portare in superficie le convinzioni più profonde di chi ascolta, lo hanno fatto Obama e Trump con esiti vincenti. Siccome ogni parola attiva un ‘frame’ bisogna fare attenzione a usare solo i ‘frame’ della propria fazione, altrimenti sarà l’avversario ad uscirne rafforzato. Ma cosa c’entra l’elefante? Lakoff ammonisce a non usare un frame che si vuole negare, perché la sua pronuncia ne attiva comunque le conseguenze. Ne sa qualcosa Richard Nixon che quando andò in tv a parlare del Watergate disse ‘non sono un imbroglione’. E pochi giorni dopo dovette dimettersi. —

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