«Il nostro cervello è una città Così lo racconto ai ragazzi»

È una vera e propria città, completa di strade, case, personaggi e regole, il nostro cervello. Un posto affascinante e divertente, che segue una logica schiacciante. Così racconta ai bambini l’organo più importante del corpo umano il neuroscienziato Marcello Turconi in un albo istruttivo e preciso fin dal titolo, “C come cervello” (Nomos Edizioni, pp. 48, euro 22,90), illustrato con efficacia e stile da Allegra Agliardi. I neuroni, il consumo energetico e i sensi diventano così le colorate tessere di un'avventura avvincente, incredibile ma reale. Turconi, dopo un master in Comunicazione della scienza alla Sissa, si è trasferito nella nostra città e l'amore per la lettura lo coltiva fin dall'infanzia. «Da piccolo - racconta l'autore - ero un divoratore di libri, ma ero attratto soprattutto dalla narrativa, anche da quella “da grandi”: ero attirato dai racconti di viaggi, di posti lontani. L’amore per la scienza, strano ma vero, è arrivata soprattutto dai film, uno su tutti “Jurassic Park”, che per somma gioia di Monica, mia moglie, non manco di rivedere almeno una volta all’anno». Nel libro fioccano le analogie tra il funzionamento del cervello e le attività che un ragazzino compie quotidianamente.
Da cosa parte quando deve raccontare argomenti scientifici a un pubblico giovane?
«Parto proprio da questo, sia con i più piccoli sia quando ad ascoltare e leggere ci sono gli adulti: esempi concreti, analogie, metafore, un piccolo racconto. Cose anche apparentemente scollegate dall’argomento principale, ma che permettono di attirare e fissare l’attenzione di chi sta ascoltando o leggendo: se perdo il pubblico dopo qualche minuto, infatti, potrei anche raccontare la scoperta scientifica più interessante del mondo, ma cadrebbe nel vuoto».
Come si fa a comunicare la scienza senza banalizzare concetti e teorie?
«Questa è la classica domanda da cento milioni di dollari, a cui tantissimi esperti di comunicazione della scienza sanno rispondere meglio di me. Dal mio piccolo punto di vista io parto da un presupposto che sembra banale, ma non lo è: tutti noi siamo esperti di qualcosa ma non di qualcos’altro. Quindi nessuna paura ad usare termini scientifici e tecnici, ma sempre corredati da un’opportuna spiegazione. Dal punto di vista tecnico, poi, i moderni strumenti di comunicazione, spesso bistrattati, permettono di progettare e implementare format di divulgazione scientifica sempre più innovativi e coinvolgenti».
Trieste è diventata la sua città...
«Di Trieste mi sono innamorato mentre studiavo appunto Neuroscienze, più di dieci anni fa, e sono tante le cose che ancora adesso mi piacciono: dal suo essere davvero una città a misura d’uomo al toc' in mare a Barcola, dalla schiettezza dei triestini che, nel bene e nel male, non te le mandano certo a dire, al capo in b, dal clima multiculturale che si respira per le vie del centro alle osmize sparse sul Carso».
La vocazione scientifica di Trieste punta molto sulla divulgazione e gli eventi per un pubblico di non addetti. Quali sviluppi potrebbero esserci in futuro?
«Verissimo: Trieste è ricca di centri di ricerca di eccellenza, che attirano ogni anno studenti e ricercatori letteralmente da tutto il mondo. Tante volte questi centri di ricerca non sono propriamente comodi da raggiungere per eventi di divulgazione aperti al pubblico, quindi forse quello su cui mi piacerebbe si potesse investire nell’immediato è la riqualificazione dei tanti spazi dismessi, vicini al centro, che la città a disposizione, uno fra tutti il Porto Vecchio. Qualche primo passo in tal senso è già stato fatto, ma quanto sarebbe bello – per i cittadini ma anche per le realtà scientifiche triestine – avere una città della scienza a poche centinaia di metri da piazza Unità? Mi rendo però conto che oltre agli aspetti prettamente scientifici e di comunicazione ci siano questioni tecnico-politiche che nel corso degli anni hanno rallentato la realizzazione di progetti simili».
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