Il sarcasmo come antidoto all’orrore L’indomabile Alma Morpurgo

Nata in una famiglia ebrea povera, fu costretta a fuggire dall’Italia dopo la promulgazione delle leggi razziali. I ricordi di una vita senza mai cedere al vittimismo ne L’esilio e altri libri scritti dopo gli 80 anni

Giulia Basso

Nel 1930 una fotografia la ritrae china sul proprio tavolo, la matita ferma su un taccuino, mentre un uomo in doppiopetto le detta un testo reggendo il foglio davanti a sé con due mani che escono da polsini candidissimi. Lei sorride. È una delle impiegate delle Assicurazioni Generali, ventinove anni, stenografa in un ufficio che considera, sono parole sue, «una fortuna». Otto anni dopo la stessa impresa che l'aveva accolta la espellerà per legge, in quanto ebrea. Comincia così, con questo scarto tra la disciplina di un ufficio e la violenza improvvisa di uno Stato, la storia di Alma Morpurgo, morta a Trieste nel 2002, a centouno anni compiuti, dopo aver attraversato un secolo intero con una lucidità che non si è mai concessa il lusso dell'autocommiserazione.

Nata nel 1901 da una famiglia ebraica povera, comincia a lavorare a quindici anni per necessità. Impara la stenografia, si costruisce da sola la conoscenza di più lingue, entra giovanissima nell'agenzia giornalistica di Giorgio Fano. Alle Generali arriva nel 1928 e vi trascorre, a suo dire, «dieci anni sereni ed intensi». Poi le leggi razziali del 1938 le tolgono il lavoro e la costringono a lasciare l'Italia.

È il Cile, più di ogni altra tappa della sua vita, a rendere singolare la sua vicenda. Parte insieme alla madre e alla sorella Anita: tre donne sole che affrontano l'oceano, mentre l'altra sorella, Margherita, resta in Italia con il marito, riparando in Abruzzo per sfuggire alla persecuzione. Una famiglia ebrea triestina si spacca in due per sopravvivere, e le due metà non si rivedranno per anni. Alma resterà in Sudamerica sedici anni, dal 1939 al 1955, e di quel periodo scriverà un intero volume di memorie, L'esilio, pubblicato solo nel 1997, quando aveva già novantasei anni.

Non è il racconto di chi subisce l'esilio come una condanna muta. È la testimonianza curiosa e piena di colore di chi arriva in un continente del tutto estraneo e lo osserva con la stessa attenzione minuziosa con cui, da ragazza, guardava l'ufficio delle Generali. Anche in amore mantiene lo stesso sguardo disincantato: racconta per esempio di un corteggiatore cileno che al primo incontro le pareva «abbastanza attraente», salvo poi scoprirlo geloso senza motivo e incapace di fiducia, un uomo che si infiamma «in un baleno» per qualunque sciocchezza. Non è un rammarico che porta a lungo: lo liquida con la stessa leggerezza ironica con cui guarda quasi tutto il resto della propria vita.

Nel 1955 torna in Italia. Si ferma a Roma, dove è lei stessa a definirsi «emigrante in patria»: trova impiego in un'industria che, decenni più tardi, ritraendola nei suoi ricordi, colpirà con un sarcasmo pungente: corridoi sorvegliati da microfoni nascosti, un direttore che alle feste di compleanno parla per due ore perché, scrive Alma, «non aveva facilità di parola, aveva difficoltà di silenzio». A Trieste rientra definitivamente solo nel 1968, trent'anni dopo essere stata cacciata dal proprio lavoro per le leggi razziali.

Ha già passato gli ottant'anni quando comincia a pubblicare le proprie memorie. Nel 1990 esce Queste figlie mie, ricordi dall'inizio del secolo. Seguono Incontrarti per via nel 1991, L'esilio nel 1997, Voci lontane e la raccolta di aforismi Mejo niente nel 1999, l'anno in cui compie novantotto anni e promette, sorridendo, che scriverà ancora.

Alma Morpurgo con il cugino Giorgio Voghera
Alma Morpurgo con il cugino Giorgio Voghera

Le sue pagine non cadono mai nella trappola del sentimentalismo. C'è un termine che Alma stessa usa per definire il proprio modo di reagire alle disgrazie, e vale più di qualunque biografia a riassumerla: galghen humor, l'allegria della forca, quella capacità ebraica, scrive, «di vedere il lato comico nelle nostre situazioni più tragiche». Non è cinismo, è un modo di restare in piedi senza fingere che il dolore non ci sia stato.

Negli ultimi anni della sua vita, con il cugino Giorgio Voghera condivise prima un appartamento in via Battisti, al quarto piano senza ascensore, poi, nei primi anni Ottanta, la Pia Casa Gentilomo della Comunità ebraica di Trieste. Anche da lì, finché la salute lo permise a entrambi, continuarono a uscire insieme per trascorrere i pomeriggi al Caffè San Marco, dove Alma non mancava di intrattenere con vivacità gli ammiratori di lui. Chi la ricorda parla di una donna che cercava sempre la compagnia dei giovani, perché, diceva, «i vecchi sono noiosi».

Compie cent'anni nel 2001. Muore l'anno successivo. In uno degli ultimi frammenti che ci ha lasciato, commenta con la consueta irriverenza la storia biblica del sacrificio di Isacco, sorpresa di scoprire che il ragazzo sacrificale aveva, secondo la tradizione rabbinica, trentasette anni e non l'età infantile che lei stessa immaginava da bambina: «Come poteva disporre di lui, così, suo padre?». Si firma, in coda a quella riflessione, semplicemente come Alma Morpurgo, l'indomabile: si considerava, come tutto il popolo ebraico, «dalla dura cervice», cioè testarda, refrattaria a piegarsi.

Le sue pagine hanno continuato a circolare anche fuori dalle biblioteche. Nel 2021 i teatri La Contrada, Stabile Sloveno e Miela le hanno dedicato una voce nello spettacolo Rose di confine. Voci di un intimo altrove. A ricostruirne il profilo più vivido, con accesso diretto ai suoi libri di ricordi, è stato invece Claudio Grisancich, che le ha dedicato un ritratto nel volumetto La cultura. Scrittura e arte per la Compagnia, edito dalle Assicurazioni Generali. È stata anche una delle cinque autrici triestine riportate alla luce dall'antologia Oltre le parole, pubblicata da Vita Activa nel 2016. Aveva ragione lei a definirsi indomabile. Indomabile lo fu davvero. La sua vita fu eccezionale nei fatti. Ma lo fu, ancora di più, nel modo in cui scelse di raccontarla: senza mai concedersi il ruolo di vittima, insistendo fino alla fine a definirla, con ostinazione quasi provocatoria, «assai normale».

 

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