Il segno infinito di Luigi Boille, pittore dimenticato

Viene inaugurata oggi a Pordenone una retrospettiva dedicata all’artista che espose anche in America

PORDENONE. Fu Giulio Carlo Argan a scoprirlo negli anni Sessanta nel suo studio di Parigi, convincendolo a ritornare in Italia, facendo esporre le sue opere prima alla Quadriennale di Roma, quindi alla Biennale di Venezia. Nato a Pordenone nel 1926, Luigi Boille ben presto se ne era andato per studiare a Roma diplomandosi prima all'Accademia di Belle Arti e quindi conseguendo la laurea in architettura. Dopo un soggiorno in Olanda, nel 1951 aveva deciso di stabilirsi a Parigi dove sarebbe rimasto per sedici anni, prima di fare ritorno in Italia.

La sua città natale gli dedica ora una grande retrospettiva intitolata "Luigi Boille. Il segno infinito" alla Galleria d'arte moderna e contemporanea Armando Pizzinato, per iniziativa dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone, in collaborazione con l'Archivio Luigi Boille di Roma.

Curata da Silvia Pegoraro, l'esposizione (che si inaugura questa sera alle 18) propone un'ampia e attenta selezione delle sue opere, attraverso le quali è possibile ripercorrere il cammino dell'artista pordenonese nell'ambito della pittura informale. Si tratta di oltre 140 pezzi tra olii e tecniche miste su tela, tempere su carta, incisioni, compresi in un arco temporale che va dal 1950 al 2015, anno della sua scomparsa.

All'inizio, come racconta lo stesso Boille in una conversazione con Tullio De Mauro e Claudio Zambianchi, cercava di far nascere la materia dal fuoco, con le sabbie; in seguito individuerà nel segno la matrice del proprio lavoro: un segno che si moltiplica, che diviene calligrafia pura, espressiva di per se stessa, venendo a unire oriente e occidente. Sono gli anni parigini, gli anni in cui incontra il critico Michel Tapié il quale rimane affascinato dal dinamismo e dall'irrazionalismo della sua pittura permeati dal rigore formale e lo porta all'International Festival Osaka-Tokyo con il gruppo Gutai.

Insieme alla Jeune Ecole de Paris espone in numerose collettive sia in Francia sia in Italia; nel 1964, invitato da Lawrence Alloway, rappresenta l'Italia insieme a Capogrossi, Castellani e Fontana, al Guggenheim International Award di New York.

Da una ricchezza quasi "barocca" di segni, grafie, colori, con l'andar degli anni Boille giunge ad una pittura sempre più essenziale ma sempre caratterizzata dal segno. Dell'ultimo periodo sono le tele dai fondi monocromi dai quali vengono fatti emergere segni fulminei, guizzanti, urgenti, necessari. Così scriveva l'artista nel 2001: «La tensione operativa nella mia opera, esprime il legame e il conflitto tra il pensiero concettuale e l'immediatezza di un gesto fulmineo: il segno. La felicità fisica del colore che inonda la superficie, memoria di una melodia dimenticata, raccoglie e unifica il linguaggio in divenire».

La mostra rimarrà aperta sino al 2 ottobre.

Franca Marri

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