In autunno a Roma rileggo la mia vita tra quadri e sculture

Il Macro sta organizzando una grande antologica del critico e artista che compie oggi 105 anni

di Marianna Accerboni

Compie oggi 105 anni in piena forma, un intellettuale e un artista unico: Gillo Dorfles, triestino, dall'intelletto elegante e profondo, un vero signore. Classe, sobrietà nel portamento, nel tratto e nel pensiero, cultura, grande curiosità, estro creativo, una correttezza d'altri tempi innestata sulla modernità e attualità dell'esegesi e della creatività.

Perché Dorfles, di famiglia altoborghese, madre genovese e padre goriziano, ha attraversato il secolo breve con il suo passo veloce e atletico, avvezzo alle cavalcate, allo sci, alle lunghe camminate, secondo la migliore tradizione della sua famiglia e mitteleuropea, scorrendone le pagine e partecipando alle imprese artistiche e culturali d'avanguardia del '900 come per esempio il Mac (Movimento Arte Concreta fondato nel primo dopoguerra con Munari, Soldati e Monnet per un'arte non figurativa) con sobrio entusiasmo e intuito fulmineo, caratteristiche che non l'hanno mai abbandonato. E dietro al tratto virile, un velo di candore e di bontà, che te lo rendono ancora più caro.

La sua casa, un edificio di stile razionalista nel centro di Milano, lo rappresenta: libri, quadri, sculture, ceramiche moderne e contemporanee di Fontana, Capogrossi, Melotti, Bonalumi, Baj, Nespolo, Dorazio, Del Pezzo, Arnaldo Pomodoro, Rauschenberg, Consagra, Nicholson, Fautrier si sposano a mobili antichi e argenti di elegante fattura e a un grande pianoforte; molto spesso ci sono uno o più ospiti a colazione, che apprezzano i vini perfetti e gli ottimi dolci, la sua passione.

Critico d'arte e di costume, filosofo dell'estetica e saggista, Dorfles, che collabora tuttora con le pagine culturali del “Corriere della Sera”, dipinge da sempre, con un successo sancito da grandi antologiche al Pac e al Palazzo Reale di Milano. Ultima in ordine, l'importante e luminosa personale allo Studio Marconi, accolta da un'ondata plaudente di pubblico eterogeneo.

La sua è una pittura unica come il suo autore, appassionata e nel contempo squisitamente intellettuale, in cui Dorfles racconta l'onirico e l'irreale che albergano nel suo animo. Stupendi sono i suoi gioielli e gli oggetti di design come piatti, tappeti, tessuti, di grande interesse le ceramiche e le sculture.

Domina, oltre al gesto, il colore, quello stesso, con cui sa rallegrare con grande classe le giacche e gli abiti di stile inglese che veste.

«In autunno - annuncia - ci dovrebbe essere una grande antologica al Macro di Roma e poi anche una mostra a Gorizia, prevalentemente di carte e incisioni».

Professore, lei quest'anno ha dipinto soprattutto d'estate, come al solito...

«Si, ho uno studio a Paestum a mia disposizione, è di un artista del luogo, molto amico, però ho fatto delle cose anche a Milano e parecchie ceramiche a Vietri a Mare, dove ci sono moltissime fornaci; poi recentemente, delle ceramiche ad Albissola, dove c'è una grande tradizione, e che ora ho portato a Milano».

Stanno realizzando ancora degli ingrandimenti in vetroresina delle sue sculture?

«Sì, sono fatte in un laboratorio, perché non potevo realizzarle io a mano: ho dato il modello di una misura normale e a Portofino hanno fatto l'ingrandimento, che è venuto molto bene, con colori abbastanza simili a quelli che avevo fatto io. Queste tre sculture sono state fatte dal Museo di Portofino, le ho realizzate per questo Museo, dove sono esposte: vi sono andato qualche tempo fa per l'inaugurazione di queste statue».

Lei si emoziona molto quando fa scultura? Cosa prova rispetto alla pittura?

«La scultura è tutta un'altra cosa, l'ho sempre praticata. Durante la guerra a Laiatico (ndr: in Toscana, dove la famiglia Dorfles ha una proprietà) ho fatto molte di queste piccole sculture, che son state ingrandite anche oggi e di cui 3 o 4 andranno al Macro. Avevamo in un podere una vecchia fornace e quindi io le facevo in creta e poi venivano cotte. Subito dopo la guerra il paese era mezzo distrutto e noi abbiamo fatto con questa fornace - naturalmente con una famiglia di fornaciai - tutta una serie di mattoni, embrici e tegole per ricostruire le case rimaste senza tetto».

Lei suona il pianoforte e l'organo, in che rapporto sta la sua passione per la musica con la pittura?

«La musica per me è stata soltanto un divertimento. Da ragazzo mi hanno insegnato il piano che io ho sempre suonato, ma non è una professione, non l'ho mai fatto come cosa pubblica, quindi non mi considero un musicista. Sono sempre andato ai concerti perché mi piace la musica, ma non ho mai fatto della musica».

Quali sono i compositori che preferisce?

«Tutti i migliori, potrei farle 50 nomi, da Beethoven a Schönberg, da Hindemith a Haendel».

A Laiatico, durante la guerra, lei suonava in chiesa...

«Si, la domenica suonavo sempre l'organo durante la messa, un organo un po' primitivo, ma comunque era interessante perché non c'era nessun altro che avrebbe potuto farlo».

Tornando alla pittura, nel '34, anno in cui si reca a Dornach in Svizzera per seguire al Goetheanum alcune conferenze di ambito steineriano, ne rimane piuttosto influenzato...

«Mi ha interessato molto la pittura che ho visto a Dornach e ciò mi ha un po' influenzato in alcune delle prime cose, ma solo alcune opere che ho fatto quando ero stato a vedere Dornach sono influenzate da questa pittura».

Lei è laureato in Medicina con specializzazione in Neuropsichiatria: ha mai seguito la medicina antroposofica?

«Me ne sono occupato perché vi sono delle cose molto interessanti, ma naturalmente anche quella è una specialità che bisogna studiare a lungo, quindi io non ho potuto certo farlo».

Secondo lei le teorie di Steiner sono ancora attuali oggi?

«Indubbiamente, ci sono molti medici antroposofici, anche a Milano ce n'è un paio, anche a Trieste mi pare ci fosse una medichessa al manicomio che s'interessava all'antroposofia».

Sta per uscire da Skira un volume che raccoglie i suoi scritti?

«Si, è un grosso volume che avrà 800 pagine e anche di più, che raccoglie tutte le introduzioni che io ho fatto agli artisti d'avanguardia, quindi saranno circa 800 presentazioni. Uscirà in autunno e sarà molto utile per chi non conosce gli artisti del nostro tempo».

Quale di questi artisti ritiene il più significativo?

«Beh, i nomi sono troppi: io mi sono occupato molto di Fontana, Veronesi, Munari, Soldati, Capogrossi, ma potrei citarne delle decine, ero molto amico di Arti Nathan, conoscevo bene Bolaffio di Gorizia, quindi gli artisti triestini li conoscevo tutti».

In tale ambito che erano i migliori?

«Nathan era molto interessante, Flumiani, Miela Reina, Leonor Fini, che era una pittrice sul serio, diventata internazionale; poi Sbisà, la Lupieri, che era una grande amica, aveva molte qualità, era una pittrice importante; la Maria Pospisilova, per esempio, è stata una pittrice molto brava: a Trieste è stata a lungo, veniva da Praga, dove poi ritornò dopo la guerra».

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