La guerra di Alojzij Res lo sloveno del Collio che amava leggere Dante

Esce pubblicato dall’Istituto giuliano di storia cultura e documentazione “Dall’Isonzo”  prima traduzione italiana del diario dalle trincee austriache dello scrittore mediatore di culture 
Walter Chiereghin

la recensione



Contemplando dal colle di Medana la pianura davanti a sé, Alojzij Res, prorompe in un grido disperato: «Ai nostri piedi c’era l’Italia, ricoperta da un manto di nebbia generato dalla tempesta trascorsa, e il sole, privo di raggi, sembrava pendere come una sfera ardente di un elegante colore oro ramato. E la nostra mente si chiese allora con timore se da quella parte, dall’Italia, forse già da domani sarebbe potuto giungere altro sconfinato dolore portato dalla guerra. Tutta la nostra anima si oppose allora a quel pensiero. “No, non è possibile!”».

È una giornata del maggio 1915 e la frontiera italo-austriaca nel goriziano sta per infiammarsi. Brucerà per quasi quattro anni, coinvolgendo nel rogo villaggi, chiese, vigne, frutteti. Una catastrofe le cui prime battute, nei mesi in cui un popolo, gli sloveni del Collio, abbandoneranno in massa la loro terra per intraprendere forzatamente un cammino di profuganza, Alojzij Res ci descrive nel volume che l’Istituto giuliano di storia cultura e documentazione di Trieste e Gorizia manda in questi giorni in libreria con il titolo “Dall’Isonzo. Diario di impressioni e sentimenti” (traduzione note e commento di Remo Castellini, postfazione di Fulvio Senardi, pagg. 188, euro 15).

«Ho raccolto le mie modeste impressioni», scrive Res nell’introduzione al libro datata Boljunec (Bagnoli della Rosandra) 8 settembre 1916, «dando voce ad emozioni e sentimenti da me provati sul campo di battaglia di Gorizia, su richiesta di altri che non avrei ascoltato se in me non ci fosse stata la speranza di poter essere di qualche conforto ai profughi, alleviando la loro miseria. Questo è il solo scopo che mi propongo scrivendo questo libriccino».

Ma chi era Alojzij Res? A lui dobbiamo un’opera tra le più coinvolgenti fra quelle che raccontano gli inizi della guerra (il pensiero corre istintivamente a “Guerra del ’15” di Giani Stuparich, dall’altra parte di quel fronte di guerra), tradotto adesso per la prima volta in italiano, dopo due edizioni negli anni 1916-17 e due nella nuova Slovenia, dal giovane studioso Remo Castellini, docente all’Università di Vienna (ente finanziatore dell’edizione italiana).

Di origini modeste, Res nasce a Gorizia nel 1893 e dopo il ginnasio si iscrive al Seminario centrale di Gorizia, iniziando un percorso di studi tipico per molti sloveni di pochi mezzi. La sua passione non è però la teologia ma la letteratura, sul cui terreno si misura già a partire dal 1909 (“V noči”, “Di notte”); attento alle nuove correnti che stavano trasformando il panorama culturale sloveno, Res si avvicina alla “Slovenska moderna”, di cui assume i tratti stilistici, gli interessi tematici, il gusto dell’indagine psicologica, l’attenzione a stati d’animo ineffabili e cangianti. Nel 1916 il capolavoro narrativo, “Ob Soči”, “Dall’Isonzo” appunto, pubblicato dalle edizioni Štoki di Trieste. Fu grazie a quel libro che venne impiegato presso il Kriegspressequartier, ovvero l’Ufficio propaganda dell’Alto Comando imperial-regio. Dopo la guerra riprenderà gli studi presso varie Università del Regno di Jugoslavia e a Firenze (un destino, parrebbe, condiviso da tutti i giuliani, a prescindere dalla nazionalità). Nel 1921 è redattore dell’edizione slovena di un volume su Dante, con saggi di studiosi sloveni e italiani, per celebrare il sesto centenario della morte del poeta, nel quale si profila una nuova vocazione: mediatore di cultura tra i popoli, in un momento in cui le ferite (e gli odi) della guerra erano ancor ben freschi. Dante, scriverà Res nella premessa al volume, pubblicato anche in italiano, presso Paternolli di Gorizia, «non è più un uomo, ma il simbolo dei nostri spasimi, dell’inquietudine indagatrice di cui siamo agitati dinanzi agli austeri problemi dell’essere. Come tale egli non ha preclusa la via da confini di patria, come tale appartiene a tutta l’umanità e come tale vuole celebrarlo col presente libro anche la nazione slovena». Splendide parole in un momento in cui il nascente fascismo mirava a “nazionalizzare” Dante per farne un alibi alla propria intolleranza.

Negli anni seguenti troviamo Res all’Università Ca’ Foscari, docente di slavistica, e ancora intento a costruire ponti di conoscenza e comprensione, prima che la morte, nel 1936, lo strappasse precocemente alla vita.

Tutt’altra atmosfera in “Dall’Isonzo”, dove vengono raccolte le corrispondenze che il giovane scrittore andava pubblicando sul giornale “Slovenec»”(e di cui Castellini dà conto, operando confronti assai stimolanti). Come ha spiegato Fulvio Senardi, nel saggio che completa il volume e che ci aiuta a capirlo meglio, il libro colpisce non solo per «l’espressività elegantissima, certo in debito con le scelte stilistiche del simbolismo e arieggiante, per molti versi, le sacre scritture (si pensi solo all’anafora “E vidi” del capitolo L’addio, che rimanda all’Apocalisse)» ma testimonia, «con una vivacità trascinante, un infinito amore per il Collio goriziano, il “paradiso terrestre” del giovane Res», dove l’invasore ha osato portare la fiaccola dell’odio e della distruzione. Perché, prorompe lo scrittore in chiusura del libro, «la giovane storia dei Lahi (italiani, con termine dispregiativo, ndr) è desiderosa solo di gloria e vittorie?». —

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