La violenza maschile figlia della globalizzazione e la politica fomenta l’odio

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Man's fist above woman with bowed head
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il saggio



Stragi commesse da killer improvvisati che in preda al raptus imbracciano il fucile e fanno fuoco nel mucchio per poi suicidarsi, attentati terroristici, violenze contro le donne, bullismo, genocidi: la cronaca quotidiana gronda violenza. Analizzando il fenomeno con gli strumenti dello psicologo, due sono i dati che balzano all’occhio.

La violenza è un affare tipicamente maschile e la sua escalation va di pari passo con la globalizzazione. Lo afferma lo psicologo pordenonese Roberto Collovati che, oltre a essere mediatore familiare e dei conflitti umani, ha vissuto e operato a lungo nei Balcani, toccando con mano la guerra e le violenze, come il genocidio di Srebrenica. Collovati ha raccolto le sue ricerche nel saggio “Aggressività e violenza maschile al tempo della globalizzazione”(Oltre edizioni, pagg. 336, euro 18,00), di cui parlerà a Pordenonelegge mercoledì 19 settembre.

Perché secondo lei la violenza commessa dagli uomini è così legata alla globalizzazione?

«Perché - risponde Collovati - gli effetti negativi della globalizzazione, la crisi economica innanzitutto, hanno colpito soprattutto il mondo maschile. A perdere il lavoro sono stati in massima parte gli uomini, che si sono scoperti frustrati e isolati. La violenza, che è un fatto praticamente solo maschile, è una conseguenza di questo smarrimento; le donne invece sono più attrezzate nell’affrontare questo tempo storico, hanno sviluppato resilienza e capacità di adattamento».

L’aggressività è connaturata all’essere umano?

«Appartiene alla nostra specie dall’alba dei tempi. Anche alla luce delle ricerche delle neuroscienze, possiamo dire che l’aggressività costituisce un correlato tra componenti biologiche, psicologiche, sociali e culturali. Oggi però il piacere immediato ha preso il posto del desiderio, abbattendo il muro dell’attesa, che è divenuta intollerabile, facendo crescere a dismisura l’incapacità di controllo emotivo e delle pulsioni, e divenendo generatore di aggressività e violenza».

È possibile pensare di ridurla?

«Certo, nel corso dei secoli è stata già ridotta e trasformata, non siamo più quelli dell’età della pietra, le pulsioni vengono mediate dalla società. Però adesso stiamo assistendo a un ritorno a tempi bui. L’evoluzione umana non è stabile e come comunità umana ci troviamo ora in una fase di regresso. Già al tempo della prima industrializzazione, a metà Ottocento, si sono avute lacerazioni molto violente».

Lei dice che l’aggressività e la violenza sono un triste appannaggio del genere maschile, ma la scienza come si pronuncia al proposito?

«Che le donne siano meno aggressive e violente è un dato comprovato dalle ricerche sui neuroni specchio. Gli studi sull’empatia umana chiariscono che la componente empatica è una caratteristica spiccata del genere femminile. Le donne hanno una dimensione sociale che è la loro forza e riescono a resistere anche se gravate da fardelli pesanti. Però non possiamo pensare che la donna subisca questo scatenamento come se nulla fosse».

Le statistiche nella loro crudezza riportano che sono le donne tra i 30 e i 49 anni l’obiettivo dei loro persecutori maschi, che siano mariti, ex coniugi o fidanzati.

«Sì, ma non perdiamo di vista il fatto che l’aggressività maschile si manifesta non solo contro le donne, si rivolge anche contro gli anziani, i bambini, fino ad arrivare alla violenza contro di sé. I suicidi maschili sono aumentati, però spesso, prima di annientarsi, il soggetto elimina quello che gli sta attorno. Tutto questo, nella nostra società ipertecnologica e mediatizzata, vive all’interno di un processo rapidissimo di emozione-rimozione, il quale consente il ripetersi degli eventi in una condizione di accettazione passiva nell’opinione pubblica. La rete democratica è una grande illusione manipolativa che cerca e desidera l’affermarsi dell’uomo forte, autoritario, aggressivo, violento».

Tornando alla violenza sulle donne, lei individua un momento importante che ha cambiato parecchie cose. Mi riferisco al capodanno del 2015.

«In quell’occasione in molte città tedesche alcuni immigrati sono stati protagonisti di aggressioni a sfondo sessuale a giovani donne. In un momento in cui in Germania c’era un approccio positivo all’integrazione, questo fatto ha provocato una repulsione molto forte contro gli uomini ed è cambiato il paradigma della percezione dei fenomeni migratori».

Nel suo libro cita anche il caso di Giulio Regeni.

«Per ricordare a tutti che dobbiamo stare molto attenti, perché questo caso ci ammonisce come la violenza, se viene accettata passivamente, può diventare uno stile di vita, diffondersi come un’epidemia che distrugge tutto».

Ampliando il contesto, lei punta l’indice contro la politica.

«La politica declinata al maschile, fatta da uomini che disprezzano le donne, e gli esempi sono sotto gli occhi di tutti a cominciare da Trump, porta a un degrado che potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Il clima di violenza in cui siamo immersi può dilatarsi dalla sfera familiare fino a toccare quella geopolitica».

Quale potrebbe essere la soluzione?

«Solo uomini e donne insieme, capaci di comprendere il valore della loro diversità, potranno perseguire svolte necessarie al cambiamento». —



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