Le figure settecentesche delle Relazioni pericolose sul palco in “Quartett” di Heiner Müller
Al Rossetti il gioco di passioni e prevaricazioni tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont

Un duello serrato, carnale, tra due esseri che si distruggono a vicenda. Due maschere indossate per sopravvivere. Due mostri che non conoscono i sentimenti. Non c'è amore tra di loro, non c'è una relazione: tutto è pura costruzione, finzione.
Lunedì 2 e martedì 3 febbraio, alla Sala Bartoli del Politeama Rossetti, è andato in scena lo spettacolo “Quartett” di Heiner Müller (traduzione di Saverio Vertone), ispirato al romanzo “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos.
La pièce, diretta da Maximilian Nisi che ne è anche interprete assieme a Viola Graziosi, è un continuo gioco di seduzione e distruzione, dove le identità dei vari personaggi si mescolano e si deformano. La marchesa de Merteuil, mente gelida e cinica, è abitata da un vuoto profondo, mentre il visconte di Valmont, nella continua ricerca della propria esistenza tramite il sesso, finisce per trovare solo la propria distruzione. Nisi e Graziosi si cambiano i ruoli, diventano donna e uomo, uomo e donna, impersonando anche la giovane vergine Cécile de Volanges e l'affascinante Madame de Tourvel che cerca di resistere a ogni tipo di seduzione.

I due attori, nei molteplici personaggi, si fanno specchio dell'altro – non a caso in scena c'è proprio uno specchio. In un perverso gioco di ruolo diventano carnefici e vittime. Ogni parola è una lama che distrugge e il silenzio è la risposta.
Tutto si svolge in un totale abisso di perdita del proprio sé, dove l'incomunicabilità e la violenza soffocano l'essenza più pura dell'amore. In uno spazio indefinito, con un arredamento d'altri tempi (scene e costumi di Vincenzo La Mendola), illuminato da una luce fioca, e segnato dal ticchettio di un orologio, prendono forma diverse dinamiche tossiche. A suggerire questo decadimento morale e umano sono anche le musiche, a tratti distopiche, di Stefano De Meo.
Maximilian Nisi in scena è pura energia, muscolo pulsante che si plasma, si deforma, facendo emergere un mondo sotterraneo; Viola Graziosi, invece, si spinge con sensibile forza tra i contrasti dell'esistenza.

La regia di Nisi amplifica il gioco di specchi che prende vita in uno spazio ovattato, fuori dal tempo che paradossalmente è segnato dal tempo stesso, dalla vita che sfugge tra una maschera e l'altra. Il corpo, il sesso, è l'unica arma rimasta e il desiderio diventa un meccanismo di autodistruzione.
L'altro è un oggetto da consumare per nutrire il proprio ego. L'emozione non esiste più, c'è solo una continua manipolazione che porta a una solitudine interiore.
Ogni gesto, ogni parola, viene fatta esaltare dalla regia di Nisi, portando tutto all'esasperazione. Il regista riporta sul palcoscenico il teatro, la maschera, la finzione, ci invita a guardarci dentro senza filtri, a farci delle domande. In un mondo sempre più superficiale, scendere in profondità e mettersi in discussione diventa un atto rivoluzionario. Questa pièce non dà risposte, ma spinge a porsi delle domande su se stessi, sulle relazioni. Allora viene da chiedersi: oggi cosa resta del rapporto tra uomo e donna?
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