I “proiettili magici” della medicina: a Trieste Lezione di scienze sull’eredità degli antibiotici

La storia della scoperta di Fleming e dell’impatto sulla salute di massa al centro dell’incontro di domenica 22 marzo a Verdi di Trieste con Silvia Bencivelli

Paolo Marcolin
Alexander Fleming, lo scienziato che scoprì gli antibiotici, in laboratorio in un’immagine creata dall’AI
Alexander Fleming, lo scienziato che scoprì gli antibiotici, in laboratorio in un’immagine creata dall’AI

Sembrava muffa invece era una rivoluzione. La storia degli antibiotici comincia la mattina del 28 settembre del 1928, quando su una piastra di laboratorio là dimenticata da qualche giorno, il medico scozzese Alexander Fleming scopre quelli che diventeranno i “proiettili magici” per sconfiggere i batteri.

Una grande conquista della scienza di cui parlerà la giornalista e divulgatrice scientifica Silvia Bencivelli domenica 22 marzo alle 11 al teatro Verdi (ingresso libero fino ad esaurimento posti) nella Lezione di scienze del ciclo ideato da Laterza (media partner Il Piccolo -Nord Est Multimedia) e dedicato ai Grandi maestri.

Gli antibiotici hanno cambiato radicalmente la medicina del Novecento, senza di loro oggi non sarebbero possibili molti interventi chirurgici, trapianti o terapie oncologiche, ma l’aumento dell’antibiotico-resistenza mette in discussione alcune certezze della medicina moderna.

Dottoressa Bencivelli, quanto la medicina contemporanea dipende ancora dalla scoperta degli antibiotici?

«Moltissimo, sia perché prendiamo ancora antibiotici, sia perché con gli antibiotici abbiamo imparato a mirare sempre di più le terapie. L’antibiotico-resistenza è stata intuita da Fleming stesso, quindi non possiamo far finta di non sapere che non sarebbe avvenuta e di non vedere che adesso è sempre più massiccia.

Dobbiamo metterci in testa che il nostro rapporto con la natura determina anche le nostre malattie, ed è una delle facce di quello che chiamiamo One Health, quel concetto che con la pandemia da Covid si è manifestato in tutta la sua drammaticità e che ha mostrato come la salute dell’essere umano dipenda dalla salute delle altre specie viventi, tra cui dobbiamo comprendere anche i batteri.

Oggi si parla molto di medicina personalizzata e terapie sempre più mirate.

«Quando si parlava di un “proiettile magico” si immaginava una grossa molecola che doveva colpire le cellule batteriche che ci fanno ammalare, in realtà la medicina personalizzata con gli strumenti oggi a disposizione è ancora più mirata. Adesso parliamo di terapie personalizzate basate sulla genetica. Alcune malattie tumorali sono molto diverse da una persona all’altra e vengono affrontate in modo diverso sulla base di alcune firme genetiche solo nostre, che ci rendono più sensibili a una certa terapia».

Nella medicina contemporanea convivono tecnologie molto sofisticate – genetica, intelligenza artificiale, big data – con problemi apparentemente “antichi” come le infezioni batteriche. È un paradosso della medicina di oggi?

«Sulle malattie infettive ci siamo fatti molte illusioni nel corso del Novecento. Si sognava che con i vaccini e gli antibiotici non avremmo avuto più problemi con le infezioni, in realtà le cose sono più complesse di così e il progresso della medicina che oggi ci porta a parlare di salute globale ce lo ha mostrato. Intanto i batteri vivono una costante evoluzione biologica che ha come effetto la loro resistenza agli antibiotici, mentre i virus mutano continuamente e così in fretta che possono fare il salto di specie.

È quello che è accaduto per il Covid e che negli anni Ottanta è accaduto per l’Aids. Le malattie compaiono nel corso dell’umanità, e questo è normale, ma negli anni Sessanta ci eravamo illusi di avere sconfitto le malattie; invece no, la pandemia ha riportato l’attenzione sulle malattie infettive».

La storia degli antibiotici mostra quanto le scoperte medico scientifiche possano trasformare la società. Si può paragonare quella rivoluzione a quello che oggi la medicina sta vivendo oggi con la genetica o le terapie cellulari?

«No, perché quelle erano malattie di massa che facevano molti più morti di una guerra, come successe per l’influenza spagnola, e la tubercolosi era il flagello dell’Ottocento. Quella degli antibiotici è stata una rivoluzione che ha cambiato la salute di massa, mentre oggi ci confrontiamo con malattie che sono strutturalmente diverse, però stiamo vivendo importanti progressi in ambito oncologico: ci sono delle malattie oncologiche che oggi hanno tutto un altro percorso rispetto anche a solo dieci anni fa. Questo non significa che siamo fuori dai guai, ma che abbiamo trovato alcune strade nuove. Ma non è una rivoluzione rispetto a un’epoca in cui la mortalità sotto i cinque anni era altissima e in cui la speranza di vita era poco superiore a 50 anni».

Nel racconto pubblico della medicina spesso si cerca la “cura miracolosa”. La storia degli antibiotici ha contribuito a creare questa aspettativa nei confronti della ricerca medica?

«Non credo. È vero che è stata una rivoluzione molto rapida. Prima della seconda guerra gente moriva di polmonite o di dissenteria, con gli antibiotici è cambiato tutto in pochi anni. È stato merito della medicina che tra vaccini, igiene, farmaci e organizzazione sanitaria e l’idea che la salute sia un diritto, è migliorata la qualità della vita, sia in lunghezza che in salute».

Cosa ci possiamo aspettare tra trent’anni? Troveremo nuovi farmaci?

«Qualche nuovo farmaco lo troveremo, ma la sfida principale è l’uguaglianza, non è accettabile che ci siano paesi nel mondo dove non si riesce a debellare il morbillo perché non si riescono a far arrivare i vaccini o posti, anche nel nostro paese, dove non c’è la stessa garanzia di cura che c’è in altri». —

 

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