Manuele Fior, sogno d’arte al Musée d’Orsay

Il disegnatore di origine friulana racconta nelle sue “Variazioni” una storia che va fino alle origini di tanti capolavori
Di Alessandro Mezzena Lona

Sono splendidi, fragili, intoccabili. Spesso scompaiono, hanno bisogno di restauri, di trascorrere mesi al buio, di starsene in disparte dagli occhi voraci dei turisti. I capolavori del Musée d’Orsay, visti con gli occhi di noi cittadini del terzo millennio, sono icone. Frammenti del mito. Capitoli di una storia che sfiora la leggenda. Che sussurra al nostro immaginario emozioni impossibili da ignorare. Sogni che dentro di noi, in qualche angolino, hanno messo radici.

Eppure, quei capolavori dell’arte, un tempo, erano guardati come inutili provocazioni. Come esibizioni di quattro esaltati dalle qualità pittoriche tutte da verificare. Henri Rousseau, il Doganiere, e la sua “Incantatrice di serpenti”. Ma anche Paul Gauguin con le sue donne dalle forme così primitive, così poco parigine. E Jean Auguste Dominique Ingres, sempre pronto a innamorarsi di finte vergini, di ritrarre la purezza venata di lascivia come nella sensualissima “Sorgente”. Senza dimenticare Edgar Degas e le sue ballerine. I nudi che inseguivano un’impossibile perfezione, capace di stregare anche un grande poeta come Paul Valèry.

E proprio da lì, dal tempo in cui i quadri del Musée d’Orsay davano scandalo, è voluto partire Manuele Fior. Al disegnatore nato a Cesena, ma che ha radici friulane grazie a suo padre nato a Udine e alla mamma carnica di Verzegnis, è stato chiesto proprio dalla prestigiosa pinacoteca di Parigi di inventare una storia a fumetti ambientata nelle splendide sale dell’antica stazione. Prima di lui si era cimentata nella medesima operazione la francese Catherine Meurisse. Adesso dovrebbe toccare al grande talento americano Craig Thompson. Quello di “Blankets”.

E lui, Fior, che si è già fatto apprezzare per graphic novel come “La signorina Else”, tratta dalla novella di Arthur Schnitzler, e “L’intervista”, ha accettato la sfida. Mettendo mano alle “Variazioni d’Orsay”, pubblicato in volume da Coconino Press-Fandango (pagg. 68, euro 16). Quello che lui stesso ha definito un «esercizio di stile», un po’ nel solco del geniale libro di Raymond Queneau che tanto piaceva a Italo Calvino.

Nelle “Variazioni”, Fior ha voluto prendere come guida del suo onirico viaggio all’interno del Musée una delle tante guardiane. Una donna qualunque che, dopo aver fatto rispettare per tutto il giorno il rigido regolamento interno alla galleria d’arte (non si toccano i quadri, non ci si avvicina troppo, non si scattano fotografie con il flash...), finisce per addormentarsi proprio davanti all’«Incantatrice di serpenti» del Doganiere. Risucchiata nelle atmosfere arcane del quadro, ripercorre a ritroso il tempo. Fino ad arrivare agli anni in cui i pittori più giovani si definivano «intransigenti». E sognavano di fare coriandoli delle regole codificate dall’arte. Anche se, in gran parte, chi si soffermava a guardare quelle opere innovative li considerava alla stregua di «dementi che tirano dei colori a caso sulla tela».

Manuele Fior, usando la tecnica della tempera a gouache, ha voluto raccontare non solo quello che i turisti vedono nelle sale del Musée. Ma anche il dietro le quinte. Quel mondo di capolavori costretti a rimanere a lungo nei magazzini, lontano dagli occhi della gente. Per la loro fragile struttura, per quei colori sulla tela che rischiano di sparire. Ed è riuscito a regalare a queste “Variazioni” la magia di una storia impossibile. Che chiunque ama la bellezza vorrebbe vivere in prima persona.

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