Marassi e il rosa di una ribelle

Dallo studio di via Combi inizia l’esplorazione nel mondo dell’arte a Trieste
Lasorte Trieste 09/03/18 - Via Combi 7, Studio, Laboratorio, Manuela Marassi, Artista
Lasorte Trieste 09/03/18 - Via Combi 7, Studio, Laboratorio, Manuela Marassi, Artista

Nello studio di Emanuela Marassi, in via Combi, i raggi del sole pomeridiano filtrano attraverso la scala di legno del soppalco disegnando forme geometriche di luce sui pannelli a intarsio, su nuvole di tulle colorato, sulle fotografie di performance. Sotto a un grande tavolo un esercito di rospi di terracotta rosa sembra in attesa di spiccare un salto verso le scansie piene zeppe di materiali, volumi, opere d'arte di ogni forma. «Vengo qui ogni mattina - dice l'artista - per lavorare o anche solo per un caffè: se non ci vengo sto male». Lo studio che utilizza da dodici anni, e che prima era un negozio di scarpe, ha preso il posto di una spaziale soffitta in via Economo, «bellissima, con il cielo che entrava dentro dai lucernai, ma scomoda: per far passare una scultura ho dovuto buttare giù la porta!».

Marassi sta ultimando l'installazione che proporrà allo Studio Tommaseo dal 24 marzo nella mostra dal titolo “Tu, tu che...”, un lavoro che ruota attorno al suo mondo fatto di leggerezza e ironia e che vuole raccontare l'illusione, la trasparenza, il gioco spietato tra ciò che si vede e ciò che non si vede. «Tutto è partito da un verso di Saffo preso da un libro che mi ero portata in vacanza: “Tu che non hai morte”. Mi ha folgorato: noi siamo circondati e fatti di morte, e l'unica cosa che non contempla la morte, come dice la poetessa, è l'amore. Intendo l'amore per ogni cosa: io, ad esempio, provo amore anche per i materiali, per le unioni tra materiali totalmente diversi che si possono abbinare, o per un tessuto che diventa duro e per un metallo che sembra morbido».

In mostra il grande protagonista sarà il vetro dello specchio dentro cui guardiamo per cercare noi stessi ma dove finiamo per vedere qualcosa di diverso dalla realtà e da come ci vedono gli altri. Le parole di Saffo e di altri poeti, tra cui Saba, Merini e Apollinaire, diventeranno oggetto di una performance curata da Alessandro Marinuzzi con gli attori Paolo Fagiolo e Marcela Serli. «È stato il mio maestro August Cernigoj - continua Marassi - a insegnarmi a domare i materiali. “Nulla è impossibile”, mi diceva. Io lavoravo nella decorazione delle navi e, giovanissima, andai a conoscerlo. Quando mi vide, mi chiese dove fosse mia madre, non poteva credere che l'artista fossi io. Lui mi mostrò che con i miei intarsi potevo fare altre cose e mi portò verso il Bauhaus che era il suo mondo». Insieme, i due realizzano le decorazioni per la sala del commissario di bordo della nave Galileo Galilei e per l'ingresso del Teatro Sloveno. «Cernigoj era una persona difficile, litigavamo di continuo, lui era solito offendere gli altri. Dopo cinque anni da allieva, mi sono ribellata: un giorno ho cominciato a dipingere tutto di rosa, era il periodo del femminismo e io avevo bisogno di fare qualcosa in cui mi riconoscevo. “Fai pasticceria?”, mi chiese lui sprezzante. Ma io passai dal rigore del Bauhaus alla scoperta del mio femminile, al tulle, materiale che poi ho sempre usato». La fine degli anni Sessanta regala a Marassi un ulteriore passo avanti, la performance, di cui diventa una delle prime rappresentanti in Italia. Nello spazio triestino dell'Officina, sorto dopo la chiusura della Cantina culla del teatro d'avanguardia, l'artista realizza due azioni performative che fanno storia: una delle due, incentrata sull'idea di kitsch, la vede muoversi come una vestale davanti a un boudoir con oggetti e accessori da feticista, apoteosi di una femminilità chiassosa e urlata. Il lavoro viene filmato da Pierpaolo Venier e trasmesso all'interno del programma di RaiDue “Odeon – Tutto quanto fa spettacolo”, rotocalco curato da Brando Giordani e Emilio Ravel. Critici e pubblico in parte si scagliano contro questa nuova arte ma allo stesso tempo ne sono incuriositi. La stampa sostiene gli artisti: Dacia Maraini firma una presentazione per la mostra di Emanuela Marassi alla Cappella Underground. Alla galleria Tommaseo, allora gestita da Franco Jesurun e Nadia Bassanese, l'artista propone un grande racconto cucito su carta di riso in cui una serie di giornali rosa hanno le parole cucite anziché scritte. Alla mostra arriva Gillo Dorfles che sentenzia: «Questi sono lavori donneschi!». In realtà il critico apprezza quel lavoro e in un testo definisce Marassi un Cy Twombly al femminile: è l'inizio di una lunga e costante frequentazione con tutta la famiglia Dorfles.Nello studio di via Combi, a sorpresa, spuntano anche intarsi a soggetto religioso: «Grazie a Cernigoj realizzai un Via Crucis venduta a New York che ho rifatto, di recente, per la nostra chiesa di Santa Caterina, al Cacciatore, insieme a una Madonna con bambino, ieratica, che io chiamo Madonna della città perché è rigorosa, civile. Il legno è un materiale adattissimo per i soggetti religiosi, così evocativo, la venatura di ciascun legno può diventare la giusta base per il corpo del Cristo o per un manto». Tra artigianato decorativo, arte applicata, performance e installazioni, Emanuela Marassi trova tempo anche per tornare alla pittura: «Di recente ho fatto il ritratto a mio nipote di dieci anni».

(Foto di Andrea Lasorte)

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