Maurizio Ferraris: «Il comunismo digitale è la via per l’Europa»

Venerdì 3 luglio al Caffè San Marco il filosofo presenta il suo ultimo lavoro, proposta per un nuovo modello di società

Il filosofo Maurizio Ferraris
Il filosofo Maurizio Ferraris

Il filosofo Maurizio Ferraris presenta il suo libro “Comunismo digitale” a Trieste domani alle 18 all’Antico Caffè San Marco. L’incontro è organizzato in collaborazione con il Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Trieste. Durante la presentazione dialogheranno con l’autore Roberto Cosolini e Pier Marrone, con la moderazione di Paolo Pichierri.

Professor Ferraris, Comunismo digitale è una provocazione o la parola più seria che ci resta per nominare il disordine del presente?

Non è una provocazione - risponde Ferraris -. È il tentativo di capire una trasformazione che le categorie tradizionali non riescono più a spiegare. Oggi il valore non nasce soltanto dal lavoro salariato, ma anche dalle tracce che lasciamo usando strumenti digitali. Non è una metafora: è il modello economico delle piattaforme.

Siamo tutti lavoratori del web, minatori di dati in pantofole. Ma se nessuno ci obbliga e anzi ci divertiamo, dov’è la catena?

Nessuno ci costringe a usare uno smartphone, come nessuno costringe a usare l’elettricità. Ma come farne a meno? La catena non è fatta di ferro: è fatta di dipendenza funzionale.

Oggi il padrone sorride in app, la catena è wireless e la ciminiera è una nuvola. Non è il capolavoro del capitalismo: sfruttarci facendoci sentire liberi?

Sì, è un capolavoro, Marx non ha mai fatto mistero della sua ammirazione per il capitale. Il suo libro fondamentale, infatti, non si intitola l’operaio. Ed è necessario seguirne le tracce non maledicendo il capitale, ma proponendo una capitalizzazione alternativa, quella che descrivo nel libro.

Il dato è una merce come un’altra o è la confisca elegante di un pezzo della nostra anima civile?

È una confisca solo se noi lo permettiamo. Primo, possiamo farci restituire i dati dalle piattaforme a norma di legge, e senza le stragi del vecchio comunismo, perché i dati non sono come il petrolio, se le piattaforme ce li danno non li perdono. Secondo, e soprattutto, possiamo fare noi delle piattaforme alternative, con i dati recuperati e con la sterminata quantità di dati che non usiamo né noi né le piattaforme.

Lei propone il webfare, ma chi tiene la cassa? Lo Stato, l’Europa, un’autorità mondiale?

Bastano delle cooperative su base volontaria con uno statuto che stabilisca la destinazione del valore prodotto. Il vantaggio del digitale è che è una tecnologia a basso costo: abbiamo visto i droni sconfiggere le portaerei.

Tra l’America delle piattaforme onnivore e la Cina del controllo verticale, lei cerca una terza via europea. L’Europa ha ancora i muscoli?

Non so che muscoli abbia, spero che se li faccia perché ne avremo bisogno, ma il comunismo digitale risponde alla domanda “Che cosa possiamo fare per l’Europa” e non alla domanda “Che cosa può fare l’Europa per noi”.

Lei rimette in gioco la parola comunismo. Lo fa per salvarla, per dissacrarla o per ricordarci che certe domande sull’uguaglianza non sono mai morte?

Uso quella parola non per nostalgia del Novecento, ma perché contiene una domanda che resta aperta: come distribuire una ricchezza prodotta socialmente? Le risposte storiche sono fallite; la domanda è ancora davanti a noi.

Non c’è il rischio che il cittadino digitale non chieda più libertà, ma solo una mancetta per continuare a consegnare la propria vita alle piattaforme?

Il rischio c’è. Per questo il webfare non può ridursi a un’indennità. Deve comprendere diritti, trasparenza degli algoritmi, possibilità di scelta, portabilità dei dati e controllo democratico delle infrastrutture digitali.

Davvero un potere che vive di dati e profilazioni si lascia addomesticare con le buone maniere del diritto?

Nessun grande potere economico si autoregola spontaneamente. Ma la storia dimostra che i mercati vengono trasformati da regole, istituzioni e innovazioni. È accaduto con il lavoro industriale, con la finanza, con l’ambiente. Succederà anche qui, se riprendiamo l’iniziativa.

Da Trieste, città di frontiere e imperi dissolti la domanda viene naturale: il potere digitale è il nuovo impero senza bandiera e senza dogana? E noi europei, in questo impero, siamo cittadini, sudditi, clienti o materia prima con password?

Suddito è chi suddito fa. Il che può essere anche un bene se l’impero poggia su un una lunga storia, su valori condivisi, sul cantare la Serbidiola. Quando l’impero non ha volto, o ha solo il volto di uomini deboli e disturbati in cerca di riconoscimento, è il momento di costruirne uno alternativo, con comunità di intenti e di valori, con forza economica e militare, e visto che per farlo occorrono risorse il comunismo digitale è la via.

Riproduzione riservata © Il Piccolo