Nella “Little Spain” di New York tutta la forza di tre giovani donne

In “Le figlie del Capitano” María Dueñas ritrae uno spicchio di Andalusia nell’America degli anni Trenta



Siamo a New York, l’anno è il 1936. Mentre la Spagna sta per essere dilaniata dalla Guerra Civile, nella “Little Spain” della Grande Mela, sulla Quattordicesima Strada, si inaugura un piccolo ristorante, “El Capitán”. Ma di lì a poco, la morte accidentale del proprietario, Emilio Arenas, costringe le sue tre figlie - da poco arrivate in città dalla loro Malaga, dalla loro Andalusia -, a prendere in mano le redini dell’azienda di famiglia.

Inizia così l’avventura di Victoria, Mona e Luz Arenas, giovani coraggiose, determinate a farsi strada tra grattacieli, compatrioti, avversità e amori, spinte dal desiderio di trasformare in realtà il sogno di una vita migliore. E inizia così l’ultimo libro di María Dueñas, “Le figlie del Capitano(Mondadori, pagg. 579, euro 22).

Attorno alle tre protagoniste si muove tutto un mondo quanto meno pittoresco, animato da personaggi tratteggiati con straordinaria abilità dalla scrittrice spagnola. Si va dalla madre Remedios - una donna che praticamente non metterà mai piede oltre quella Quattordicesima Strada e che non spiaccicherà mai una parola d’inglese… - alle vicine di casa, dalla suorina bassa bassa sempre con la sigaretta in bocca all’avvocato italo-americano che non pare proprio il simbolo dell’onestà (anzi…), dal venditore di tabacco all’uomo che raccoglie le giocate della lotteria clandestina vivendo sempre sul confine con l’illegalità, all’erede dell’agenzia di pompe funebri che sogna di essere l’erede di Carlos Gardel, il grande cantante tanghero. Arrivando fino a un vero principe di Spagna, il conte Alfonso di Covadonga, figlio primogenito di Alfonso XIII e di Vittoria Eugenia di Battenberg, che già nel 1931 aveva rinunciato ai propri diritti sul trono per sposare una non nobile. E poi i maggiorenti della comunità, un mondo ancor più ristretto nel già piccolo mondo di “Little Spain”, e i loro rampolli, professionisti (ovviamente) affermati, e i loro riti, le loro feste, i loro ricevimenti. E i loro peccati. E poi le piccole-grandi istituzioni, il giornale La Prensa, gli ospedali spagnoli, le parrocchie spagnole, i circoli spagnoli… Il tutto, particolare non di poco conto, con sullo sfondo la Guerra Civile spagnola che proprio in quei mesi attraversati dalla trama del libro sta vivendo i suoi primi bagliori, con le forti contrapposizioni che in Patria si risolvono nel sangue e vissute anche lì, sull’altra sponda dell’Atlantico, in maniera forte, aspra, diretta.

«Leggo libri ambientati nei luoghi che andrò a trattare nel romanzo, viaggio, vado fisicamente a vedere il posto, raccolgo immagini, foto e mappe dell’epoca, ascolto musica di quel periodo. E questo lavoro viene prima dell’inizio della scrittura» ha svelato in un’intervista l’autrice del libro, María Dueñas, già titolare della cattedra di Filologia e Letteratura inglese all’Università di Murcia, che da scrittrice ha esordito nel 2010 con “La notte ha cambiato rumore” per poi pubblicare anche “Un amore più forte di me” e “Un sorriso tra due silenzi”, tutti usciti in Italia per Mondadori.

Ecco: frutto di questo gran lavoro di preparazione è, leggendo “Le figlie del Capitano”, il respirare quasi fisicamente l’atmosfera della “Little Spain” newyorkese, con le sue strade polverose a ridosso dei docks del porto, con il vociare in castigliano che si rincorre solo qua e là inframezzato da qualche parola in inglese, con le donne dai lunghi capelli corvini e gli uomini con i capelli tirati con la brillantina e i baffetti a ornare le labbra.

Un romanzo di forti atmosfere, dunque. Ma soprattutto un romanzo fortemente al femminile. Ovvero: quando le donne sono protagoniste. Con la loro intelligenza, con la loro passione, con la loro volontà. Con la loro ingenuità, anche. Certo, la Spagna (meglio: l’Andalusia) degli anni Trenta del secolo scorso non doveva essere una terra facile in cui vivere soprattutto se nascevi donna. Ma nemmeno la New York di quegli stessi anni lo era. Soprattutto se, oltre a essere donna, eri pure immigrata e nemmeno sapevi parlare inglese. Eppure Victoria, Mona e Luz combattono con tutte le loro forze per trasformare la loro vita, per farla diventare migliore, per dare un senso al loro aver attraversato l’Atlantico. Trascinando dietro a sé anche gli uomini che ruotano attorno alla loro trattoria. —



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