«Ogni romanzo dice la verità mentendo» Lo spiega “Il grande libro della scrittura”

Perché i romanzi ci appassionano? E perché questo spesso non accade con storie vere, anche cruente, quelle che magari ascoltiamo in tv o leggiamo sui giornali? Lo scrittore veneto Marco Franzoso, risponde a questi dubbi con un vero e proprio manuale, “Il grande libro della scrittura” (Il Saggiatore, pagg. 720, euro 18), un vademecum per chiunque abbia voglia di saperne di più su come, quando e soprattutto perché scrivere. Franzoso ha già alle spalle diversi romanzi, molti dedicati al mondo dell’infanzia (basti un titolo: “Il bambino indaco”) e al tema della scrittura si è già dedicato con alcuni saggi. Ma ora confeziona un vero e proprio tomo che non è solo una guida tecnica. Anzi. Prima dei ferri del mestiere, il libro mette in luce la necessità di una scrittura autentica: «Questo è lo scopo, io credo, l’autenticità – risponde Franzoso – E la scrittura è il modo di essere autentici attraverso la finzione. Anzi, di trovare la propria autenticità, la propria voce, attraverso la voce degli altri. Dei tuoi personaggi, del tuo stile, del tuo unico modo di raccontare. Questa è la strada per raggiungere il lettore, per trasmettere a lui questa autenticità. Quando accade è magico. Il lettore sente che stai parlando con lui, proprio con lui, come nella più privata e intima delle conversazioni. E ti ascolta, si fida di te».
Saba diceva che la prima regola di un autore era trovare se stessi, solo grazie a questo percorso si poteva sperare di essere anche originali. Non trova che oggi molti autori non tengano conto dell’autenticità ma delle mode?
«Ciò che più amo della scrittura, quando è vera, è il percorso che ti consente di fare. Se lo scopo è l’autenticità, la scrittura è lo strumento più potente per raggiungerla. L’esito dei miei romanzi è un punto di arrivo, la vetta della montagna. Scrivere ti insegna a vederla, ma soprattutto ti aiuta nel percorso, lungo i sentieri. È la migliore compagna di strada che conosco. Le mode esistono, sono sempre esistite. Ma se scrivi davvero ti è subito chiaro quale è il tuo percorso. Seguire una moda, ciò che in fondo non ti riguarda, significa raggiungere una vetta che non è la nostra. Che senso ha?».
Perché una storia inventata ci può commuovere più di una storia vera, benché cruda e violenta?
«Perché parla direttamente al lettore. Non c’è bisogno di tanti effetti speciali o di temperature tenute sempre alte, o di colpi di scena sempre più incredibili. In fondo ci siamo assuefatti anche a questo. Il lettore piuttosto ha bisogno di sentire che può abbassare le difese e lasciarsi andare al flusso del racconto. Di sentire che c’è qualcuno che sta parlando a lui, proprio a lui. A una persona speciale».
Cosa ci insegna la buona letteratura?
«A trovarci».
Fa innumerevoli esempi didattici con Hemingway, Proust e molti altri…
«Parlo di loro perché sono stati dei maestri, per me. “Il grande libro della scrittura” non è solo un manuale. Per me è stato anche un atto d’amore per la narrativa e per gli scrittori che mi hanno accompagnato nella vita. Quelli che mi hanno insegnato non solo a scrivere, ma soprattutto cosa è importante per me. Mi piaceva l’idea di accompagnare chi desidera scrivere il proprio romanzo o chi ha un romanzo nel cassetto attraverso centinaia di esempi tratti dai maestri. Quelli che sono serviti a me. Gli scrittori che ho più letto, quelli da cui ho imparato».
Se pensa invece a un autore contemporaneo chi le potrebbe venire in mente?
«Oggi ci sono grandissimi scrittori. Davvero, è un ottimo periodo per la narrativa. Manuel Vilas, Patrick Modiano, Alice Munro, David Means. Solo per fare alcuni nomi. Questi sono ottimi scrittori e stanno segnando la strada per il futuro».
C’è bisogno di disciplina, per scrivere, resistenza, autenticità, talento e tecnica. Ma secondo lei da dove nasce questa necessità? Molti autori dicono da una “ferita”. Pesa di più l’esperienza del proprio dolore o quello che si osserva negli altri?
«Nessuno lo sa. È l’unica domanda a cui non si può rispondere. È il mistero insondabile della scrittura. Non credo origini necessariamente da una ferita, un dolore. Per me la scrittura è anche leggerezza, gioia, scoperta. Nei miei corsi di scrittura inizio proprio da qui. Tutto infatti si può insegnare, come comporre un dialogo, una scena, una descrizione, ma non questo. Io credo che abbia origine in una necessità, il bisogno di trovare se stessi attraverso le parole, di trovare la propria voce, quella reale. Cioè chi siamo, nel mondo, attraverso la distanza che solo il racconto consente. Attraverso la voce di un altro, il nostro personaggio. Che poi, alla fine, scopriremo essere tanto simile a noi».
Non le chiedo l’autore ma invece: qual è il suo personaggio preferito?
«Senza dubbio Robinson Crusoe. È stato il primo. Va reso onore al merito». —
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