A Trieste le Lezioni di Scienze con gli errori “buoni” di Galileo
Argomenti sbagliati per arrivare a direzioni giuste: anche così nasce il progresso. L’eredità del grande matematico domenica al centro dell’intervento del fisico Ferri

Agli altri intellettuali del tempo, scienziati e filosofi, fece l’impressione di un uomo arrivato da un lontano futuro, tanto rivoluzionarie erano le sue idee. Con il suo metodo sperimentale inventò la scienza moderna, ma passò anche grossi guai con il potere ecclesiastico. Cosa è rimasto oggi, a quattrocento anni di distanza, di Galileo Galilei? Gli scienziati oggi applicano ancora il suo metodo basato sull’esperimento? Come si confronta oggi con la scienza la società e quali errori commettono gli scienziati nello spiegare la scienza?
Saranno questi alcuni degli argomenti che Paolo Ferri, fisico teorico e divulgatore, già responsabile delle operazioni spaziali dell’Agenzia spaziale europea, toccherà nella prima delle tre Lezioni di Scienze-I grandi maestri organizzate dagli editori Laterza (media partner Il Piccolo) e in programma domenica alle 11 al Teatro Verdi, con ingresso libero fino a esaurimento dei posti.
Professor Ferri, lei afferma che Galileo è stato uno dei primi grandi divulgatori della scienza. Cosa intende esattamente?
«Sono convinto che Galileo sia stato il primo a capire quanto fosse fondamentale spiegare la scienza, non solo farla. Era consapevole dell’importanza di diffondere il sapere, di contrastare le interpretazioni sbagliate e di raggiungere il pubblico con un linguaggio accessibile. In questo senso, è stato un vero innovatore: non si limitava a fare ricerca, ma si preoccupava che i risultati fossero compresi da tutti».
E oggi? Qual è il linguaggio giusto per divulgare la scienza?
«Intanto dobbiamo combattere il principio di autorità. Lo scienziato non è il depositario della verità, bisogna spiegare l’esperimento, mentre spesso si fa il contrario. Dallo scienziato si aspettano risposte lapidarie, invece la scienza si basa su dubbi e avanza in questo modo. Il divulgatore deve spiegare come si è arrivati a una conclusione attraverso il metodo e l’esperimento e non attraverso nozioni che sembrano calate dall’alto e che si prestano a essere confutate da chiunque voglia semplicemente avere un po’ di clic».
Il caso Galileo, i problemi con l’autorità ecclesiastica, cosa ci insegna su rapporto tra scienza, istituzioni e opinione pubblica?
«Oggi il problema è meno grave, non c’è una opposizione dichiarata alla scienza come c’era allora. Il caso Galileo ci mostra che il dialogo tra scienza e istituzioni non è mai semplice. All’epoca c’era un conflitto diretto con l’autorità religiosa; oggi quel tipo di opposizione esplicita non esiste più. Tuttavia rimangono altri problemi: interessi economici, politici, industriali. Non sono dogmi religiosi, ma possono comunque influenzare la ricerca. Lo scienziato si deve bilanciare tra continuare a ricevere fondi per le sue ricerche e arrivare a pubblicare i risultati che possono essere scomodi».
Come nel caso dell’industria farmaceutica?
«Sì, è un esempio molto evidente. Oggi molti scienziati lavorano in contesti finanziati dall’industria, che ovviamente ha i suoi interessi. Un ricercatore può trovarsi nella situazione in cui i suoi risultati non coincidono con ciò che chi paga si aspetta. Un dilemma che abbiamo visto nel caso della pandemia. Come comportarsi? È un dilemma etico importante. La soluzione ideale sarebbe una ricerca pubblica forte, indipendente dai poteri economici, che abbia come obiettivo la tutela dei cittadini».
Lei ha parlato anche dell’importanza degli errori nella scienza. Anche Galileo sbagliava?
«Certamente! Tutti gli scienziati sbagliano, e gli errori sono fondamentali per il progresso. Oggi si pensa che le cantonate che ha preso Galileo siano state compiute per spingere nella direzione giusta. Per esempio: pensava di poter dimostrare il moto della Terra attraverso il fenomeno delle maree. È un argomento che oggi sappiamo essere sbagliato, ma all’epoca era il tentativo di trovare una prova convincente del sistema copernicano. Era un errore “buono”: sbagliava l’argomento, ma la direzione era corretta. Il suo obiettivo era difendere il modello copernicano, voleva trovare una prova che la terra si stesse muovendo. Usò le maree come esempio, un esempio sbagliato. La scienza procede così, attraverso tentativi, confutazioni, correzioni».
Esistono altri esempi simili nei suoi studi?
«Sì, diversi. Galileo spesso combatteva contro modelli antichi e ormai superati, e talvolta usava argomentazioni deboli perché non aveva ancora strumenti migliori. Non era disonestà: era il limite delle conoscenze del tempo. Ma la sua tenacia nel voler spiegare il mondo con il metodo sperimentale è ciò che ha cambiato tutto. Anche oggi molti scienziati usano ipotesi che poi si rivelano parziali o incomplete: fa parte del metodo».
Dunque, cosa insegna davvero il caso Galileo alla scienza di oggi?
«Che la scienza non è una verità rivelata, ma un percorso. Che bisogna mostrare come si arriva a un risultato, non solo il risultato finale. Che scienziati e istituzioni devono dialogare senza dogmi. E soprattutto che l’indipendenza della ricerca è essenziale per evitare che la scienza diventi la “cassa di risonanza” degli interessi del momento. È una lezione ancora attualissima».
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