Paolo Fresu: «Il jazz italiano è primo in Europa»

Il trombettista sarà in concerto il 14 luglio a Villa Manin con Trilok Gurtu e l’Omar Sosa Trio. «Non è più musica d’élite»
Di Margherita Reguitti

UDINE. Nel Friuli Venezia Giulia sono decine i cd e le colonne sonore che Paolo Fresu, punta di diamante e ambasciatore del jazz italiano nel mondo, ha realizzato negli studi udinesi di Stefano Amerio, a Cavalicco. Ultimo in ordine di tempo per la Ecm un lavoro con Daniele Di Buonaventura. Il 14 luglio il trombettista sardo sarà a Villa Manin di Passariano con Trilok Gurtu e Omar Sosa Trio, progetto sintesi di tradizione e modernità di sonorità. Recente è anche la sua partecipazione al dvd “Capo Verde 5”, compilation d’autore per l’etichetta “Numar Un” in aiuto al World Food Programme dell’Onu. In autunno inoltre è prevista l’uscita nelle sale del film “Vinodentro”, dell’amico regista pordenonese Ferdinando Vicentini Orgnani, per il quale ha scritto la colonna sonora.

Un rapporto intenso personale e professionale con il Friuli Venezia Giulia?

«Direi di sì -risponde Fresu - anche perché nei miei soggiorni scopro sempre di più questa regione con la quale la Sardegna ha molte affinità culturali e geografiche. Le popolazioni condividono una ricchezza linguistica, il senso di indipendenza, l’attaccamento alle tradizione e sono entrambe terre di periferia con grandi bellezze, dal golfo di Trieste ai colori del Carso. Qui inoltre ho dei grandi amici come Stefano Amerio e Ferdinando Vicentini Orgnani, con i quali ho costruito negli anni molti contatti umani e professionali».

Quest’anno ha festeggiato i 30 anni di attività con il suo quintetto, un record?

 «Siamo assieme dal 1984, da quando ho iniziato, sempre con la stessa voglia di suonare e sperimentare. Per festeggiare abbiamo realizzato “30”, un lavoro corale, tutti hanno partecipato alla scrittura e questo significa una dimensione del gruppo intatta».

Come è cambiato il jazz italiano in tre decenni?

«È cambiato molto, si è liberato dalla sudditanza verso gli Usa, ha raggiunto una cifra stilistica e una personalità riconoscibile nella grande qualità e varietà di stili e di generi. Abbiamo costruito un percorso di coscienza e autonomia che poggia sulla creatività e progettualità di molti giovani. Oggi siamo una testa d’ariete del jazz europeo».

Lei è il primo e unico musicista ad aver incontrato un ministro della Cultura. Cosa vi siete detti con Franceschini?

«È stato un incontro di portata storica. Il ministro ha espresso parole convinte sul senso del jazz quale espressione importante nella contemporaneità moderna, parte del nostro dna. Finalmente si dà al jazz un valore nella nostra cultura, non più musica d’élite, ma per il grande pubblico, che fa bene all’amina ma ha anche un valore economico  concretizzato sul successo di pubblico ai concetti e festival».

Matteo Renzi è “jazz”?

«(Ride) Direi di sì, è indubbiamente un improvvisatore. Ovviamente deve sapere dove andare, speriamo che lo sappia».

Che rapporto ha con la scrittura?

«Mi piace moltissimo, quando non scrivo mi sento annoiato. Per me ha un valore simile alla musica. Scrivere è usare il suono della parola, raccontare usando uno strumento diverso, la pagina accoglie la necessità e dà la possibilità di mettersi a nudo, di esprimere qualcosa di me in modo lucido e non criptato come accade sul palco con il suono e la melodia. Mi piace suonare e scrivere in sintonia».

Progetti in cantiere?

«Diversi, fra questi la 27esima edizione del festival “Time in jazz” a Berchidda mio paese natale, dal 9 al 16 agosto. Quest’anno abbiamo scelto come tema i piedi, dai quali partire per delle riflessioni interessanti; dal rapporto con la terra all’ambiente e alla danza. Ci saranno tanti ospiti, non solo musicisti, ma anche scrittori come Erri De Luca che ai piedi ha dedicato un’ode».

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