L’universo letterario di Borges nell’aula di Buenos Aires: storie, vite e miti della letteratura inglese

Adelphi pubblica le trascrizioni del corso tenuto dall’autore nel 1966 all’Università di Buenos Aires. Dall’epica degli anglosassoni fino al Romanticismo: le passioni dello scrittore svelate ai suoi studenti

Giovanni Tomasin

È il 1966 e in un’aula della facoltà di Lettere e filosofia dell’Università di Buenos Aires, collocata allora in un vecchio palazzo di calle Viamonte, un professore cieco disegna mondi con le parole per i suoi studenti. Quel professore è Jorge Luis Borges: ai tempi non è ancora riconosciuto per il genio letterario universale che oggi sappiamo essere, sicché – come spesso avviene nella storia – gli allievi non colgono la portata della loro fortuna.

Registrano però le sue lezioni, per poterle studiare poi o passarle magari agli assenti: quei nastri sono andati perduti, ma le fedeli trascrizioni delle lezioni di Borges sono arrivate fino a noi e, curate da Martín Arias e Martín Hadis nell’edizione argentina del 2000, sono da poco uscite nelle librerie italiane per l’editore Adelphi con il titolo “Professor Borges Lezioni di letteratura inglese”, nella traduzione di Ilide Carmignani (2026, pp. 391, 26 euro).

I felici anni all’Università di Buenos Aires

Come raccontano i curatori nei due testi che introducono il volume, Borges insegnò per oltre una decade all’ateneo della capitale argentina, dopo aver vinto un concorso nel 1956. Lo scrittore, esterno al mondo accademico, vinse il posto a discapito di concorrenti agguerriti.

Scrive nelle sue “Note autobiografiche” di aver avuto una soddisfazione «quando fui nominato professore di Letteratura inglese e americana all’Università di Buenos Aires. Altri candidati avevano inviato dettagliati elenchi delle loro traduzioni, articoli, conferenze e così via. Io mi ero limitato alla seguente dichiarazione: “Senza volerlo, mi sono qualificato per questo posto per tutta la vita”. Il mio candido approccio ebbe la meglio. Fui assunto e passai all’Università dieci o dodici anni felici».

Queste lezioni restituiscono felicemente l’andamento il registro orale dell’insegnante Borges, il passo pieno di digressioni e considerazioni con cui affabulava i suoi studenti, eppure il lettore del Borges scrittore vi riconoscerà lo smisurato campo degli interessi che trasponeva nei suoi scritti.

La stanza segreta

Non sorprenderà quindi che l’autore delle “Letterature germaniche medioevali” dedichi le prime sette lezioni su un totale di venticinque alla letteratura anglosassone, quella che nelle sue note autobiografiche definisce «una stanza segreta» sulla soglia della letteratura inglese: affascinato dalla Britannia altomedievale, alla quale risalivano le radici della sua famiglia dal lato materno, Borges la coglie e la descrive ai suoi studenti – nel senso della natura che resterà in eredità alla letteratura inglese successiva, nei momenti di verismo tipicamente altomedievali - come una macchina del tempo, una finestra su un’epoca lontanissima. Di quel tempo il professor Borges illustra ogni finezza, ad esempio parlando del colto autore ecclesiastico del Beowulf il quale, spiega agli studenti e a noi, può permettersi di scrivere un poema epico in vernacolo ricalcando il modello dell’Eneide proprio perché scrive nell’inglese antico, una lingua germanica: analoghi coevi dall’Italia o dalla Spagna non ci sono, perché in quelle lingue ancora troppo vicine al latino l’esperimento sarebbe suonato ancora troppo artificioso, e ci sarebbero voluti dei secoli perché dei poeti di lingua romanza s’azzardassero a produrre delle loro epiche.

Il salto nel Settecento

Dall’alto Medioevo il professore salta poi direttamente al Settecento: degli autori di cui parla – Johnson, Wordsworth, Coleridge, Blake, Carlyle, Dickens, Browning, Rossetti, Morris, Stevenson – a Borges interessa spiegare ai giovani soprattutto le vite, e le trame delle loro opere. Gli interessano, insomma, le storie, perché sa bene che questa cosa che chiamiamo realtà è un infinito labirinto di storie e il miglior modo per affascinare gli studenti e accompagnarli per mano in qualche braccio del suo dedalo.

Lo fa ad esempio nello spiegare l’idea che Coleridge aveva di Shakespeare: studioso di Spinoza, Coleridge riteneva che il Bardo in quanto autore fosse paragonabile al Dio nella concezione che ne aveva il filosofo olandese, «una sostanza infinita capace di assumere tutte le forme».

Borges apre allora una parentesi, in apparenza irrelata all’argomento, e racconta ai suoi studenti la genesi di un libro da poco pubblicato negli Stati Uniti, In Cold Blood di Truman Capote.

Racconta loro come Capote si sia guadagnato la fiducia di due assassini condannati a morte per scrivere nel dettaglio la storia tremenda del loro delitto: «Ebbene – prosegue poi -, tutto questo sarebbe sembrato assurdo a Coleridge, e allo Shakespeare di Coleridge. Coleridge immaginava Shakespeare come una sostanza infinita simile al Dio di Spinoza. Cioè Coleridge pensava che Shakespeare non avesse osservato gli uomini, non si fosse piegato a quel basso lavoro di spionaggio, o di giornalismo. Shakespeare aveva pensato cos’è un assassino, come un uomo può diventare un assassino, e aveva immaginato Macbeth».

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