Quando la musica non si sente più una lunga strada per ricominciare

Anche in “Whiplash” il personaggio principale era un batterista. Ma in quel caso la performance era al centro del racconto, sempre in primo piano, a sottolineare l’ossessione per la musica. In “Sound of Metal”, invece, candidato agli Oscar in sei categorie tra cui quella al miglior film, questa è poco più di una premessa. Ruben Stone è un ex tossico che suona in un duo metal assieme alla sua ragazza, Lou. Insieme attraversano gli Stati Uniti su un camper, spostandosi di città in città per i concerti. L’udito di Ruben, però, si sta deteriorando a tal punto da trovarsi costretto a un brusco stop, obbligato a riconsiderare la sua intera esistenza. È l’inizio di un difficile percorso di accettazione che passa necessariamente per il rifiuto, la rabbia, il desiderio di tornare ciò che si era e che non si è più. Ruben entra in una comunità per non-udenti, Lou torna a Parigi dal padre. Il suo obiettivo, però, non è adattarsi, ma piuttosto racimolare i soldi per affrontare un intervento protesico e tornare al più presto alla “normalità”.

Al contrario del film di Chazelle, la musica non è più protagonista, anzi, questa è violentemente negata. Una scelta precisa che avvicina lo spettatore al dramma di un uomo che vive di musica, sempre immerso nel rumore, costretto di punto in bianco a un silenzio che vive come condanna. L’esordiente Darius Marder, collaboratore di Derek Cianfrance di cui mutua il gusto per il melò, le ellissi e la scrittura quasi “documentaria”, sperimenta sul piano sonoro e focalizza la sua attenzione sul corpo dell’attore (Riz Ahmed), cercando di riprodurre quei suoni ovattati e distorti che esasperano la sua distanza dal mondo. Così facendo ne asseconda l’ira, il desiderio di fuga, la disperazione, ma via via lo accompagna verso una nuova serena consapevolezza faticosamente conquistata. —



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