Quando «Noi» non è un mezzo: la classe secondo Andrea Muni

Sarà presentato venerdì 6 marzo al Knulp di via Madonna del Mare a Trieste il saggio del filosofo pubblicato per i Quanti di Einaudi, tra critica alla società e testimonianza

Giovanni Tomasin

Che senso hanno le nostre vite di umani in un simile presente? Si sente spesso dire che per uscire dalla situazione in cui siamo, dovremmo per forza far qualcosa insieme. Eppure, potrebbe ribattere il filosofo Andrea Muni che per i Quanti di Einaudi ha da poco pubblicato l’agile saggio “«Noi» non è un mezzo”, l’essere insieme non è soltanto un qualcosa da fare, è anzi la ragione stessa per cui vale la pena di uscire dalla situazione in cui siamo.

Ex operaio stagionale e insegnante, Muni è ormai da oltre un decennio un autentico animatore di pensiero per la città di Trieste. Membro della redazione della rivista “aut aut” nonché parte dello staff della Scuola di Filosofia, è il coordinatore della rivista e dell’associazione culturale “Charta Sporca”, testata di nicchia che dall’estremo angolo nord-orientale della Penisola è riuscita a ottenere un posto riconosciuto nel panorama nazionale.

Proveremo qui dare al densissimo testo - che sarà presentato venerdì pomeriggio alle 18 al Knulp di via Madonna del Mare - una introduzione per il lettore. Ormai da più di trent’anni la società dell’Occidente democratico si racconta d’essere finalmente “libera dalle ideologie”, dopo aver superato un secolo caratterizzato da sistemi politici radicali, com’è stato il Novecento. Eppure l’accezione originaria del termine “ideologia” ha ben altre implicazioni. Come da tempo s’affanna a spiegare il filosofo sloveno Slavoj Žižek, ogni società si fonda su un’ideologia, poiché l’ideologia è l’insieme delle coordinate di senso che la società ha bisogno di darsi per poter funzionare. L’ideologia è, in un certo senso, ciò che di volta in volta ogni società considera essere “la realtà”.

La nostra società, ad esempio, considera ormai inoppugnabile il fatto che noi umani siamo individui immersi in un mercato, e che il compito di ogni individuo sia riuscire ad affermarsi nel grande mercato del mondo. Insomma farsi una posizione o, usando un termine che molto piace, “realizzarsi”. Che “realizzarsi” nel mercato del lavoro sia quanto la nostra società ha da offrire quando si parla di “senso della vita” è cosa assodata, rispetto alla quale chi intende far delle sottigliezze può al massimo ammettere delle eccezioni: «Ma certo, uno poi può anche realizzarsi nella famiglia» e via dicendo. Il corollario necessario di questo assunto è che si realizza chi si dà da fare a sufficienza.

Come tutti i presupposti ideologici, il principio più che mostrare il funzionamento della realtà serve a occultarne la parte scomoda. Ad esempio il fatto oggettivo che, vivendo noi in una società basata sulla divisione del lavoro, anche se tutti si dessero da fare a sufficienza soltanto pochissimi potrebbero ottenere un lavoro che li realizza, per il semplice fatto che ci sarà sempre un maggior fabbisogno di fattorini, magazzinieri, cassieri e via dicendo. Il che è poi la ragione per cui l’ideologia del nostro presente accampa la pretesa, che risulta assurda in modo lampante a chiunque acceda al mercato del lavoro da una posizione che non è di privilegio, che i posti di lavoro più ambiti vadano quindi a chi se li merita. Anche qui, il fatto che talvolta ciò per davvero accada è l’eccezione che il discorso comune (o ideologico) impiega per affermare la regola: «Hai visto il tal dei tali? Lui ce l’ha fatta…»

A fronte di questo labirinto ideologico in cui tutti, volenti o nolenti, coscienti o incoscienti, siamo impigliati ormai da decenni, è esistito un tempo un punto di vista esterno, altro, che si definiva di classe. Contrariamente a quel che si sostiene oggi - per cui si vorrebbe che pensieri del genere siano un rovello da intellettuali (e quindi, si sottintende, da privilegiati) - era invece soprattutto il punto di vista di chi conosceva per davvero la serietà del lavoro fisico, altrimenti detta fatica, e non coltivava illusioni sulla possibilità che servisse a realizzare alcun individuo. Per quel punto di vista la vita, e la sua realizzazione, stavano al di fuori del lavoro, in quegli spazi che da tempo immemore sono cari alle persone: gli affetti, le amicizie, la convivialità, il godere della bellezza del mondo.

Quel punto di vista non esiste più, liquefatto dal nostro eterno presente ormai quasi quarant’anni fa. In “«Noi» non è un mezzo”, Muni si interroga su come dargli nuova forma nel presente, alternando passaggi teorici in cui dialoga con i maestri di ieri (come Marx, Foucault, Bataille, Pasolini, Althusser) ad altri di carattere personale, biografico, in cui mostra al lettore da quali pensieri si attraversato il corpo messo perennemente al lavoro. A riprova del fatto che l’intelletto non è appannaggio del privilegio. —

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