Quei formidabili Anni Venti con Bazlen, Dorfles e Leonor Fini

Potrebbe essere stato Bobi Bazlen, per primo, a far venire la voglia a Leonor Fini di trasferirsi a Parigi, città in cui l'astro dell'artista triestina avrebbe trovato il giusto contesto in cui brillare. Passeggiando tra i rigattieri di Cittavecchia un secolo fa, il giovane Bobi avrebbe rivelato all'amica, ancora ragazza, che a Montmartre quel mondo di botteghe, oggetti e suggestioni era molto più grande e ricco e avrebbe potuto schiudere strade impensabili.
Di questo e d'altro parlerà domani Cristina Battocletti al Magazzino 26 del Porto Vecchio alle 18.30, in occasione della mostra “Leonor Fini. Memorie triestine”, in un incontro dal titolo “Leonor Fini, Bobi Bazlen, Gillo Dorfles e gli altri nel clima culturale d’avanguardia della Trieste degli anni Venti”. Introdotta da Marianna Accerboni, curatrice della mostra, la giornalista del Sole 24 Ore approfondirà alcuni aspetti del fermento e dei personaggi di cento anni fa, forte delle ricerche e dei libri che l'hanno portata ad occuparsi di Boris Pahor, con cui ha scritto a quattro mani la biografia, dello stesso Bazlen e più di recente di Giorgio Strehler, protagonista del volume “Il ragazzo di Trieste: vita morta e miracoli”. Racconta Battocletti: «Quella degli anni Venti a Trieste fu una stagione intellettuale indimenticabile. Appena scampata la sanguinosa Prima guerra, una contagiosa voglia di vivere e sperimentare entusiasmava soprattutto le giovani generazioni benestanti e colte. Si manifestarono così straordinari talenti, come Bazlen, la Fini, Dorfles, Felicita Frai, Leo Castelli, Wanda Wulz, tutte personalità che avrebbero lasciato un segno. La psicoanalisi era appena sbarcata in città e faceva discutere. I ragazzi affittavano appartamenti per parlare delle scoperte letterarie, musicali e artistiche che scovavano a Vienna: Karl Kraus, Freud, Gropius, Schiele, Mahler, Schönberg. Si contaminavano e osavano». L'originalità permea i diversi percorsi di quei giovani brillanti. Continua Battocletti: «Leonor guardava i surrealisti creando un originalissimo stile fatto di sovrapposizioni con creature animalesche e sinistre, Dorfles imparò la lezione del diverso per cambiare, attraverso la Gestalt, la percezione dello spazio, Bazlen avrebbe utilizzato le sue letture per importare come editor gli incubi della Mitteleuropa. Erano ragazzi spregiudicati, coraggiosi, che volevano vivere in modo estroso: passavano dal salotto di Elsa Dobra a quello di Svevo, impollinando la società delle loro suggestioni estreme a causa delle quali sarebbero poi approdati ad altre importanti sponde». Aggiunge Marianna Accerboni: «L’incontro sottolinea il legame fra la Fini e Trieste e qui si colloca anche il libro della Battocletti su Strehler proposto in rapporto all’attività di costumista e scenografa di Leonor e a quella di Luciano Damiani, per anni scenografo di Strehler». —
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