Quei profeti di pace che rimasero inascoltati

L’Istituto Giuliano di Storia pubblica gli atti del convegno dedicato a chi provò a fermare con le idee la Grande guerra
Di Pietro Spirito

«(...) dopo aver assistito alla distruzione di tanta parte di vita e di civiltà, compromesso la gioia di vivere di varie generazioni (...) l’uomo non è più come l’animale selvaggio la cui attitudine perennemente guerresca non oltraggia il destino delle razze, ma è tale oramai da saper già oggi cancellare ogni traccia di vita da paesi interi e domani forse scardinare la terra stessa (...)». Così, profeticamente, annotava Italo Svevo nel suo “Sulla teoria della pace”, dattiloscritto di dodici pagine dedicato a un tema peculiare del pacifismo di quegli anni, la creazione della Lega delle Nazioni, redatto alla fine della Prima guerra mondiale. Frammento, questo, di un progetto più ampio mai realizzato o forse distrutto, e testimonianza di quanto il tema del pacifismo fosse ben presente nel pensiero teorico, pur segnato dal «pessimismo dell’intelligenza», che contraddistingue tutta l’opera, e la vita, di Svevo. Lo ricorda Riccardo Cepach nel saggio che chiude l’antologia “Profeti inascoltati - Il pacifismo alla prova della Grande Guerra (Istituto Giuliano di Storia Cultura e Documentazione, pagg. 190, Euro 15,00), volume a cura di Fulvio Senardi con gli atti dell’omonimo convegno tenuto a Trieste il 27 giugno del 2014.

Ed è proprio Senardi ad aprire la raccolta con una lucida e articolata analisi delle origini del pacifismo moderno: «Diffusasi rapidamente nel corso dell’Ottocento - scrive Senardi -, in un primo tempo in Inghilterra all’indomani delle guerre napoleoniche e poi, ad ampi cerchi, sul Continente, la sensibilità pacifista è, per dire in modo sintetico, una grande passione “borghese” che impronta il “lungo” Ottocento romantico e positivista». Una sensibilità destinata a sbocciare in una «infinita varietà di posizioni della più varia ispirazione ideologica, con notevoli ambiguità teoriche e un tasso elevato di litigiosità fra gruppi e persone».

Ed è proprio alla vigilia della Grande Guerra che questa sensibilità pacifista raggiunge il massimo della sua portanza e importanza, grazie anche a figure come Berta Kinski von Suttner, prima donna a ricevere il Premio Nobel per la Pace nel 1905, e autrice del best seller dell’epoca “Abbasso le armi”, o come il giornalista milanese Ernesto Teodoro Moneta, che aveva vissuto sulla propria pelle gli orrori del campo di battaglia, il primo e finora unico italiano a ricevere lo stesso riconoscimento due anni più tardi.

Oggetto di libri, riflessioni, convegni, saggi, progetti utopici nonché piattaforma rivendicativa di tanti partiti politici, primo fra tutti il Partito socialista, il pacifismo - nato dal sogno positivista di una civiltà scientificamente e socialmente progredita senza più armi - nonostante la sua diffusione non potè impedire che un intero continente scivolasse nell’immane tragedia del primo conflitto mondiale. Un sogno infranto, dunque, come titola il testo di Giulia Caccamo dedicato al fallimento del controllo degli armamenti. E un sogno a sostegno del quale nemmeno letterati del calibro di T.S. Eliot, De Amicis, Carducci, Pascoli, Lucini riuscirono a fare sentire la loro voce e le loro ragioni. Oltre a Cepach, Senardi, Caccamo, presentano i loro contributi nell’antologia dei “Profeti inascoltati” Fabio Fabbri, Fulvio Salimbeni, Renzo S. Crivelli, Bernard Hautecloque, Francesco Pistolato, Annapaola Laidi, Giovanni Capecchi, Alberto Brambilla, Fabrice De Poli, Stefano Magni.

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