Quel “grande Gatsby” che ancora ci conquista

Giorgio Mannacio è autore di diverse raccolte in versi, l’ultima è “Ogni vigilia è disarmata” edita da Stampa 2009. I suoi versi hanno sempre evidenziato complessità speculativa oltre a fare a un uso raffinato della téchne. Temi centrali: la memoria e il tempo. Nell’ultima silloge assistiamo anche a una sorta di poetica del movimento. Uno spostamento che caratterizza tutto, per prime le persone e ogni nostra prospettiva. Da erudita qual è, Mannaccio affronta anche argomenti cristiano filosofici, ma non c’è mai alcuna ambizione metafisica, l’impianto dei suoi versi rimane solidamente materico. Il corpo in qualche misura trionfa sempre sull’anima. L’uomo matura incertezze anche per il passato, esiste l’oblio. Ciò che rimane, prendendo a prestito Proust, sono le intermittenze del cuore, le intermittenze dell’istante, cioè quel miracolo in cui un istante ci rivela la consapevolezza d’esistere. Il suo consiglio: «Ars longa, vita brevis. Questa sentenza riguarda anche l’arte del leggere. Bisognerebbe riprendere i testi divorati in gioventù e indagare di quanto sia mutato il loro senso dal giorno della loro scoperta a quello della rilettura. Riprendo un libro che ai tempi della sua uscita, 1925, divenne, come oggi si dice, un oggetto cult e, l’epoca descritta , etichettata come “età del jazz”. Il libro è “Il grande Gatsby” di Fitzgerald e si può leggere ancora con diletto. Ne ha gli ingredienti: stile leggero e trasparente; dialoghi brillanti e di tono variabile; vicenda suggestiva e intrigante (ognuno vorrebbe fingersi protagonista di essa); intreccio avventuroso. Ma c’è molto di più e di meglio. La struttura si articola come narrazione in prima persona di certi eventi da parte di uno dei personaggi, tale Nick Carraway, giovane del Middle West approdato a New York per lavorare in borsa. Con una inconsueta ma suggestiva anticipazione, la morale è contenuta non nel finale ma all’inizio del libro. Sono parole pesanti, complesse, che gettano sulla vicenda una luce obliqua . Nel momento stesso in cui si esalta la ricchezza se ne svela la polvere che sprime e produce. Ecco l’ammonimento che “Il grande Gatsby” può suggerire».

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