La resistenza iraniana della generazione Z alle Lezioni di storia
Il ruolo dei giovanissimi e delle ragazze nella lotta contro il regime: un estratto dal volume di Paola Rivetti anticipa l’argomento al centro dell’incontro al teatro Verdi

La Lezione di Storia di domenica 25 gennaio alle 11 al teatro Verdi di Trieste sarà tenuta da Paola Rivetti, professoressa alla Dublin City University, che affronterà uno snodo storico e attualissimo, la rivoluzione iraniana del 1979 che portò gli ayatollah al potere. Un tema ampiamente affrontato da Rivetti nel suo recente “Storia dell’Iran. Rivoluzione, guerra e resistenza 1979–2025” (Laterza, 272 pagine, 22 euro), in cui ricostruisce quasi mezzo secolo di lotte, repressioni e trasformazioni sociali del paese mediorientale. Un’opera che illumina il presente attraverso le radici del 1979 e di cui presentiamo un estratto.
Tra l’autunno del 2022 e l’inizio del 2023, il mondo sembrò sottosopra: studentesse che cacciavano dalle scuole presidi e forze di sicurezza all’urlo di bisharaf («schifoso»), la TV di Stato, hackerata per qualche minuto, che trasmetteva le immagini delle martiri e lo slogan Zan zendegi azadi, donne che prendevano il controllo di strade e quartieri cacciando le forze dell’ordine, e ragazze che assaltavano mullah per far volare via il loro turbante, una sorta di «schiaffo al mullah» che divenne un passatempo nazionale.
Non si trattò solo di un movimento di protesta che si esprimeva in marce e manifestazioni, bensì di uno che occupava e prendeva il controllo dello spazio pubblico, come già successe nel 2019 quando vennero occupati incroci di strade, rotonde e piazze.
Le sollevazioni furono animate da giovanissimi. Un comandante delle Guardie rivoluzionarie indicò che l’età media delle persone arrestate era di 15 anni. Si tratta di un dato significativo, sebbene possa essere stato diffuso con lo scopo di convincere le famiglie a tenere in casa figlie e figli. Le proteste avevano una natura profondamente vitalistica: i balli notturni, i falò, gli scontri con le forze dell’ordine che avvenivano in un’atmosfera di gioiosa sfrontatezza, i rituali quasi stregoneschi durante i quali gli hejab venivano dati alle fiamme - tutto simboleggiava vita, vitalità, libertà.
Le rivendicazioni per il controllo autonomo sul proprio corpo si unirono al desiderio di «una vita normale», nella quale poter sperimentare piccoli e quotidiani piaceri senza il rischio di sanzioni e repressione, come espresso nella canzone Baraye di Shervin Hajipour. Gli slogan misero in relazione la deprivazione materiale con quella dei diritti, come in «non abbiamo né pane né casa, l’hejab è una scusa» e «pane, lavoro, libertà, hejab per scelta».
La dinamica di queste proteste spontanee, animate da processi di imitazione ed esaltazione, tipici delle situazioni rivoluzionarie ma accelerati nel 2022 grazie alla tecnologia, fu resa possibile anche dalla solidarietà intergenerazionale. Le persone coinvolte, nella maggioranza dei casi, non afferivano a organizzazioni politiche strutturate e, nei quartieri, le «situazioni» si crearono grazie al riunirsi di persone sulla base della loro prossimità geografica, sociale e abitativa.
Un’amica mia coetanea, che chiameremo Anahita, madre di due figli adolescenti, mi raccontò che i figli «hanno una chat di classe e ogni sera si accordano per incontrarsi e protestare. Mi preoccupo, ma non voglio fermarli, rispetto quello che fanno e il loro coraggio, fanno quello che avremmo dovuto fare noi».
Il ruolo dei genitori fu centrale: in molti accompagnavano figli e figlie alle proteste, cercando di proteggerli dalle forze dell’ordine. Altri organizzavano delle safe houses nei quartieri, ovvero case dove potevano trovare rifugio, cibo e medicinali al bisogno. «Ci passiamo informazioni sul dove andare per riposarci e chi contattare via messaggio, poi anche parlandoci e incontrandoci alle manifestazioni», disse Anahita, condividendo però anche la preoccupazione che a passare tali informazioni fossero agenti in borghese e che le informazioni fossero manipolate e non sicure.
In un’altra testimonianza anonima, FG, una donna e madre iraniana di mezza età, condivise i sentimenti contrastanti provati durante le proteste. FG si chiede: perché la mia generazione non ha fatto quello che stanno facendo i nostri figli? «Per strada, sono incredula: guardo queste ragazze, i loro bei capelli, i loro volti luminosi e il loro straordinario coraggio e vorrei uscire da questa mia pelle, da questo stato di paura, andare tra loro e gridare.
Le accompagno per un po’. Posso essere in prima linea per un po’. Posso essere una madre e prenderle tra le mie braccia. Ma sono esitante, spaventata, incredula. Ogni giorno penso a cosa succederebbe se ci fosse una rivoluzione e noi, questa mia generazione che ha accettato di seppellire dentro di sé una galassia di odio, perdessimo di nuovo l’occasione di liberarci. Forse abbiamo bisogno di un’altra spinta affinché la mia generazione, tutte quelle persone passive di mezza età, vadano per strada e liberino le proprie anime assediate, invece di scherzare sulla propria miseria e intrattenere le stesse stantie, vecchie discussioni online».
Nelle parole di Anahita e di FG c’è la consapevolezza delle occasioni perse dalla generazione nata tra gli anni Settanta e Ottanta
(testo raccolto da Paolo Marcolin)
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