Spionaggio, propaganda e verità ignorate dietro la figura di Richard Sorge

L’agente segreto di Stalin nell’ultimo libro di Matthews: «Il potere che si riteneva infallibile ignorò i suoi allarmi. E questo capita anche oggi»

Paolo Marcolin
Il ritratto di Richard Sorge nella copertina del libro
Il ritratto di Richard Sorge nella copertina del libro

In una fredda mattina del 7 novembre 1944 a Tokyo, Richard Sorge, spia di Stalin, l’agente segreto che tanto ha contribuito alla salvezza dell’Unione Sovietica, sta per essere giustiziato, rinnegato dai suoi “amici” tedeschi, ignorato dai suoi “compatrioti” russi.

Una fine ingloriosa per una brillante “barba finta”. A Sorge lo storico e giornalista britannico Owen Matthews ha dedicato un dettagliato ritratto in “La spia perfetta”. Matthews, a lungo corrispondente da Mosca per Newsweek e The Independent, autore di numerosi saggi dedicati alla Russia, all’intelligence e alla storia politica del Novecento, presenterà il libro al Link Media Festival, domenica 12 aprile, nello spazio Link Arena in piazza Unità, alle 15.30.

Owen Matthews, il suo libro è immerso in un’epoca di propaganda, organizzazioni di facciata e influenza occulta. Guardando all’oggi – social media, deepfake, manipolazioni online – cosa è davvero nuovo e cosa invece è solo un aggiornamento tecnologico di pratiche già note?

«In realtà Richard Sorge non era un propagandista ma un professionista dell’intelligence. Tuttavia i suoi primi anni, a Shanghai con l’Internazionale Comunista, coincidono con il momento in cui vennero messe a punto molte delle tecniche che oggi riconosciamo come propaganda moderna. Negli anni Venti e Trenta l’Unione Sovietica riuscì per la prima volta a usare la comunicazione di massa - radio e giornali popolari - come un’arma politica, mobilitando reti di sostenitori per amplificare messaggi e costruire narrazioni false. Oggi è cambiata la tecnologia, non i principi: l’accesso è immediato, la diffusione infinitamente più semplice. Chiunque, con un account social, può potenzialmente parlare a milioni di persone. Il pubblico, però, forse è meno ingenuo di allora, anche se le tecniche di manipolazione sono diventate più raffinate».

Sorge si muoveva tra giornalismo e spionaggio. Nel clima attuale di sospetto verso le influenze straniere, quali rischi etici vede per il giornalismo internazionale?

«Il giornalismo di Sorge, a dire il vero, era estremamente noioso: analitico, prudente, deliberatamente non provocatorio. Era una copertura, non uno strumento di propaganda. Oggi non credo che il giornalismo sia una copertura efficace per lo spionaggio: è troppo visibile. Già negli anni Settanta la Cia vietò l’uso dei giornalisti come copertura, perché minava la credibilità dell’intera professione».

Un tema ricorrente nel libro è il rapporto tra intelligence e potere politico. Perché Mosca ignorò i dispacci di Sorge sull’imminente attacco tedesco?

«Perché Stalin non accettava l’idea di potersi sbagliare. Credeva di avere un canale privilegiato con Hitler e di governare il tempo a propria disposizione. È una lezione che si ripete, la storia recente ci insegna che i governi commettono gravi errori perché i loro apparati di intelligence dicono ai capi ciò che pensano che i capi vogliano sentirsi dire. E i due classici esempi devastanti di questo sono, in primo luogo, l'invasione dell'Ucraina da parte di Putin nel febbraio 2022 e l'invasione dell'Iraq da parte di Bush nel 2003. In entrambi i casi, i leader pensavano di combattere una guerra breve e vittoriosa, ma non avevano previsto la forza della resistenza. Hanno sottovalutato enormemente, qualitativamente, ciò che sarebbe accaduto. E soprattutto, nel caso di Bush e dell'Iraq, l'apparato di intelligence si è sostanzialmente impossessato di informazioni inesistenti per dipingere un quadro di una minaccia strategica proveniente dall'Iraq che, di fatto, non esisteva».

E nel caso dell’invasione dell’Ucraina?

«A Putin furono fornite informazioni da persone che avevano un interesse personale nell'invasione dell'Ucraina. Quelle persone che non erano indipendenti avevano molto da guadagnare da un'invasione. Dissero a Putin che ci sarebbe stata pochissima resistenza, che il governo sarebbe crollato, che Zelensky sarebbe fuggito, che l'Occidente non avrebbe sostenuto l'Ucraina, che la popolazione era fortemente filo-russa, e tutta una serie di presupposti che si sono rivelati drammaticamente e catastroficamente falsi».

Qual è, allora, la lezione più scomoda che la storia di Richard Sorge lascia ai lettori di oggi?

«Che si può avere ragione, essere brillanti, e non essere creduti. È devastante a livello umano e pericolosissimo su quello politico. Succede ancora: la verità arriva, ma viene ignorata perché scomoda. Ed è questo l’insegnamento più inquietante della storia di Richard Sorge».

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