Savorgnan di Brazzà l’esploratore gentile finito nel mausoleo

Un documentarista italiano arriva all’aeroporto di Brazzaville col compito di filmare il mausoleo dell’esploratore Pietro Savorgnan di Brazzà e quell’incarico apparentemente banale, accettato per sbarcare il lunario e da sbrigare in una mattinata, si trasforma in un’avventura alla Conrad che a poco a poco lo conduce nel cuore dell’Africa equatoriale. Ammesso al cospetto di cerimonie tribali, circondato da mille occhi che lo scrutano e ne affollano gli spostamenti a piedi, in bicicletta o su improvvisati mezzi di fortuna, il documentarista si ritrova catapultato nel mezzo di una diatriba politica tra il governo congolese e il re della tribù dei Tekè.
È una storia, quella raccontata da Clemente Bicocchi in “Il bianco del re” (Nottetempo, 281 pagg., 16 euro, fra poco in uscita anche in Francia) che risale a una decina di anni fa, quando nella capitale della repubblica del Congo si decise di costruire un mausoleo che riportasse nella città che gli deve il nome, le spoglie del grande esploratore, sepolte ad Algeri. Il costoso monumento, costruito in marmo bianco di Carrara e pagato dalle grandi compagnie petrolifere, sollevò l’indignazione di una discendente di Brazzà, Idanna Pucci, intenzionata a fare causa al governo congolese, reo di avere tradito il senso profondo della memoria dell’avo, nato nel 1852 da una nobile famiglia di origini friulane, e considerato il contraltare alla faccia bieca, quella vincente, del colonialismo. Bicocchi, contattato da Idanna per filmare il contrasto tra il lussuoso mausoleo e la miseria intorno, alterna il diario dei suoi giorni in Africa a brani tratti dalle conferenze con cui Brazzà illustrò alla società francese le sue tre spedizioni. Ne emerge il ritratto di un esploratore che seppe conquistarsi la fiducia delle tribù equatoriali e arginare, da governatore della colonia francese, l’appetito economico di avventurieri senza scrupoli. Considerato troppo amico dei neri e destituito dalla carica, se ne andò ad Algeri, in una sorta di esilio, per ritornare in Congo anni dopo, intenzionato a documentare le condizioni inumane in cui veniva tenuta la popolazione, ma durante il ritorno ad Algeri morì, forse avvelenato e il suo dossier scomparve.
Il compito che Idanna affida alle immagini di Bicocchi non è solo quello di costituire una prova dello spreco di denaro che è costato il mausoleo, ma anche di evidenziare come il monumento faccia a pugni con gli ideali di Brazzà.
Sotto il sole giaguaro dell’equatore, Bicocchi si mette al lavoro. Finite le riprese e pronto per ripartire, viene però coinvolto da un giovane, che si presenta come regista indipendente ma di scarsi mezzi, a filmare il re dei Tekè, una figura spirituale di grande prestigio per la popolazione congolese, osteggiato dal presidente della repubblica perché contrario alla costruzione del mausoleo. Bicocchi, forse perché una incerta strada polverosa è in quel momento più allettante del ritorno nella algida Svizzera dove vive, accetta. A poco a poco il ‘bianco’ si accorge che l’abbandonarsi al fluire delle cose, il concedere fiducia alla gente che incontra, gli fa svanire tutto il concentrato di paure da turista occidentale che si portava dietro. E nel suo procedere verso il villaggio del re, nel portare a termine il suo compito e nell’ottenere la gratitudine della popolazione, si intravede quasi un parallelo con la vicenda di Brazzà, tanto che il lettore si chiede dove termina la realtà e comincia la fantasia. L’Africa nera è regno di magie, così appaiono poliziotti che arrestano l’ingenuo protagonista, la sua telecamera sparisce, il computer è affidato a un ragazzino in bicicletta che sparisce chissà dove. E quando l’Europa sembra lontanissima come l’aereo che lo aspetta sulla pista di Brazzaville, tutto comincia a girare nel verso giusto, come se l’incantesimo fosse sciolto.
Alla fine le immagini raccolte Bicocchi sono diventate un documentario, ‘Africa nera marmo bianco’, di cui si può vedere un estratto su Youtube, e sono servite per la causa intentata da Idanna, vigile oppositrice a un destino dispettoso che continua a relegare nell’oblio il suo avo. Anche l’aeroporto di Ronchi, dal 2007 dedicato ufficialmente a Brazzà, ha deciso da un paio d’anni, si dice per ragioni di marketing, di chiamarsi solo Trieste airport. Un'altra beffa per l’esploratore senz’armi.
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