Secondo i fascisti fu Curzio Malaparte a uccidere Pamela

di ROBERTO CARNERO
Estate 1935: Pamela Reynolds, una giovane poetessa inglese appena ventenne, precipita in circostanze misteriose e mai definitivamente chiarite da una scogliera di Anacapri. Estate 1939: sull'isola di Capri, con l'Italia nella morsa del fascismo e la Seconda guerra mondiale alle porte, durante uno scintillante party mondano, affollato di aristicratici snob, ufficiali nazisti e magnati americani, la polizia segreta avvicina il celebre scrittore Curzio Malaparte. Qualcuno lo accusa dell'omicidio della poetessa britannica, morta quattro anni prima. Malaparte decide di fuggire. Chi sta cercando di incastrarlo? Ad affiancarlo ci sono un principe donnaiolo e scialacquatore, un pittore un po' stonato, un efficientissimo camorrista e un effervescente gioielliere-dandy.
In “Malaparte: Morte come me” (Baldini&Castoldi, pagg. 496, Euro 18,00), in libreria da ieri, il nuovo romanzo della formidabile coppia formata da Rita Monaldi e Francesco Sorti - marito e moglie nella vita, coautori nell'arte, noti per la fortunata trilogia costituita dai romanzi Imprimatur, Secretum, Veritas - i dati storici (l'omicidio della poetessa) si mescolano con quelli d'invenzione (l'accusa rivolta a Malaparte). Su un episodio reale, insomma, viene costruita una trama poliziesca, che però sembra essere il mezzo per parlare di altre cose.
Raccontando il fascino non sempre immacolato degli anni Trenta, il romanzo, infatti, è un viaggio nella Capri frivola e glamour di Edda Mussolini e Galeazzo Ciano, ma anche nella Roma soffocante degli anni Venti con il fascismo che stritola la vita civile, e - attraverso il ricordo - nelle trincee insanguinate della Prima guerra mondiale. Sullo sfondo, una camera di ospedale, dove Malaparte sul letto di morte scrive il suo ultimo romanzo, facendo i conti con la propria vita e i propri misfatti.
Che rapporto c'è nel vostro libro tra cronaca e e invenzione?
«In un quadro storico autentico -rispondono gliautori - abbiamo inserito il nostro protagonista. La Morte in persona gli offre un'occasione per salvare la sua anima dall'inferno scrivendo un romanzo, l'ultimo della sua vita. Malaparte accetta: nella camera d'ospedale Malaparte scrive dunque la storia imperniata sulla morte di Pamela Reynolds, in cui egli stesso ha lo sgradevole ruolo di imputato di omicidio. E dovrà cercare di salvare la pelle e la libertà, come se si trattasse di una storia vera».
E come finisce il confronto con la Morte? Alla fine Malaparte salverà la sua anima?
«Ovviamente non lo sveleremo qui. Possiamo dire però che scoprirà almeno la verità sul suo mestiere, e cioè se gli scrittori sono al di sopra e al di fuori del potere, come dice lui stesso, oppure (sono sempre parole sue) se non sono altro che puttane, che mentono come puttane, e ogni sera devono tornare a casa con la borsa piena».
Com'era la Capri di quegli anni? Che atmosfera vi si respirava?
«Capri era votata al suicidio indotto da vizio. Esempio classico è il conte Fersen, pedofilo e cultore di messe nere, che nella sua villa in stile pseudoellenico combatteva la noia esistenziale trastullandosi con giovani mantenuti. Morì scolandosi una dose di cocaina da elefante in una coppa di champagne. Capri ha sempre sofferto di questa soffocante aura viziosa. Poiché godeva d'una sorta di sorveglianza allentata, voluta dalle autorità italiane, gli stranieri sin dall´Ottocento l´avevano presa come sfogatoio sessuale. La popolazione residente non seppe o non volle ribellarsi a questo ruolo, forse anche perché portava denari freschi in cassa. Ed ecco quindi scrittori come Norman Douglas che dilapidavano tra le colline capresi i loro risparmi per comprare i favori di giovani prostituti, spesso sotto gli occhi compiacenti delle loro famiglie. Ecco la nobiltà squattrinata e decadente, che nell´agosto 1939 chiude gli occhi di fronte alla guerra che sta per spazzarla via».
In che modo incide sullo scenario del vostro romanzo la dittatura fascista?
«Sono anni in cui nessuno può dormire sonni tranquilli, neppure i fascisti della prima ora come Malaparte. È il fascismo onnipresente e strisciante che ha sempre pervaso la società italiana, così come il nazismo ha sempre pervaso quella tedesca: un fiume carsico, ma in piena. Ma oltre all'eterno fascismo strisciante italiano, in “Malaparte: morte come me” pesa molto la guerra mondiale incombente: mentre si avvicina il conflitto che la spazzerà via, la nobiltà europea a Capri passa da una festa in costume ad un cocktail sotto le stelle, e cerca di non pensare al futuro».
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