ShorTS ospita Simone Massi l’ultimo cartoonist tradizionale

Elisa Grando
Centinaia di disegni, tutti fatti a mano, che prendono vita sullo schermo per ricreare memorie, visioni, racconti rurali di radici lontane. È il cinema di Simone Massi, l’artista dell’animazione tradizionale che questa sera sarà ospite di ShorTS International Film Festival - che oggi alle 20 proietta gratuitamente in streaming su MYmovies, il film in anteprima mondiale "La viajante" di Miguel Mejías - con la masterclass “Nuvole e mani di un animo resistente”, alle 18 sulla pagina Facebook del festival.
Un appuntamento imperdibile non solo per gli amanti dell’animazione, ma anche del cinema tout court. Per restare conquistati dalle opere di Massi basta cercare almeno quelle più premiate, come “Dell’ammazzare il maiale”, David di Donatello per il miglior cortometraggio, o “L’attesa del maggio” e “Animo resistente”, entrambi vincitori del Nastro d’Argento, o ancora la sigla da lui creata per la Mostra del Cinema di Venezia. Niente a che vedere con i cartoon industriali e standardizzati con i quali le grandi compagnie hollywoodiane hanno monopolizzato mercato e immaginario.
«Disney - dice -, che è ricco, usa il passo uno: in un secondo ci sono 24 fotogrammi. Nei miei film uso invece il “passo tre”: otto disegni per un secondo, ripetendo ogni fotogramma tre volte. Significa 480 disegni al minuto: un film di quattro minuti mi costa un anno e mezzo di lavoro», racconta Massi. Attraverso lo scorrere delle tavole fatte a mano, però, nella sua “animazione poetica” le immagini pulsano, paiono respirare. L’artista sta preparando il suo primo lungometraggio dal titolo “Tre infanzie”, sempre sul filo delle civiltà contadine, «con un accenno di lotta partigiana. Il progetto nasce dieci anni fa e, se tutto va bene, vedrà la luce nella primavera del 2022».
Massi, cosa vuol dire oggi essere un “animatore resistente”?
«L’animazione tradizionale sta scomparendo: è logico, si cerca di velocizzare il lavoro, di ridurre i tempi, e fare animazione al computer va in questa direzione. Mentre chi fa un lavoro artigianale, disegno per disegno, ha tempi lunghissimi, è fuori moda e fuori mercato. È anche logico, però, che esistano sacche di resistenza: qualcuno, come me, che ha ancora il piacere sporcarsi le mani a lavorare con una materia».
Che tecnica usa?
«Disegno per sottrazione, scavando e riportando alla luce delle figure. Utilizzo dei pastelli a olio graffiati con degli strumenti da incisione. È l’unica tecnica che ti permette di arrivare al chiaroscuro togliendo la materia».
Le sue opere hanno una base intimista, esplorano sempre il ricordo, l’ambiente rurale, le colline della sua terra, Pergola, in provincia di Pesaro e Urbino. Perché?
«La memoria è la cosa più emozionante da raccontare. Le radici mi riportano, oltre che all’infanzia, anche all’epoca conosciuta dai miei avi: il racconto cammina su un filo sottile, sul sogno, e ti dà più libertà creativa. Gli eventi del presente come il Coronavirus o la guerra in Palestina li conosco già, perdono di interesse. Mi piace il cinema che non ha bisogno di dire tutto, come quello di Tarkovskij e Angelopoulos».
Tutta la sua filmografia è fatta in piano sequenza, in una messa in abisso che disvela uno scenario dentro l’altro…
«È diventato un vero e proprio stile da quando, nel 1993, realizzai il mio primo corto “Immemoria” e mi divertii moltissimo a legare insieme le scene senza stacchi. L’animazione dà la possibilità della metamorfosi, di viaggiare senza limiti di tempo e di spazio: se dovessi lavorare con gli stacchi, tanto varrebbe prendere una telecamera e fare finzione».
Cosa pensa dell’animazione industriale?
«Sono consapevole che l’animazione mainstream è una forma di intrattenimento popolare che muove il denaro, va nei cinema e in tv. Cambiare il sistema è impossibile, ma l’ideale sarebbe che ci fosse più spazio anche per chi come me si ostina a fare un cinema d’animazione diverso, indipendente, che faccia pensare». —
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