Strehler, Brecht e il teatro epico
Settant’anni fa al Piccolo Teatro di Milano la prima italiana dell’Opera da tre soldi. In sala anche l’autore tedesco che definì il triestino «forse il miglior regista europeo»

Quando il 10 febbraio 1956 al Piccolo Teatro di Milano si alzò il sipario sulla prima rappresentazione dell’Opera da tre soldi, Giorgio Strehler non aveva ancora 35 anni e assieme a Paolo Grassi dirigeva da nove anni la sala di via Rovello. Il suo nome si era già affermato, e non solo in Italia.
Il suo allestimento del goldoniano Arlecchino servitore di due padroni era stato presentato in trionfali tournée all’estero, per esempio a Berlino Ovest nel 1953, dove era stato visto anche da Bertolt Brecht. I due si erano poi incontrati faccia a faccia a Berlino nell’ottobre 1955, per parlare proprio di quell’allestimento brechtiano, che non era stato affatto il primo amore di Strehler e Grassi. Fin dal 1948, i due avevano chiesto ripetutamente all’autore i diritti di rappresentazione per altre opere, fra cui Madre Coraggio.

Ma poi prese il sopravvento l’idea di proporre al pubblico un testo relativamente agevole come l’Opera da tre soldi, perché non ancora saldamento ancorato al “teatro epico” brechtiano, di cui il pubblico e gli attori italiani erano digiuni, e perché provvisto dell’accattivante musica di Kurt Weill, che lo costellava di irriverenti songs.
A Berlino Strehler aveva chiesto una serie di chiarimenti, e avanzato dei dubbi, che Brecht aveva ascoltato e commentato con attenzione, cosicché il colloquio era stato assai fruttuoso e aveva spalancato per Strehler le porte al permesso di uno spostamento temporale e di ambiente dell’azione scenica, onde calare maggiormente l’opera in una dimensione rilevante per il pubblico dell’Italia della Ricostruzione.

In quel colloquio fra due uomini di teatro fortemente pragmatici, una preoccupazione di Strehler era stata quella della recitazione “epica”, per la quale gli attori italiani non erano stati ancora formati e che quindi rischiava di divenire un insormontabile ostacolo. Ma Brecht gli aveva assicurato che anche gli attori tedeschi non erano ferrati nelle modalità del teatro epico, e gli aveva dato il semplice suggerimento di far aggiungere ad ogni battuta un “lui disse”, che impediva l’immedesimazione degli interpreti nei personaggi.
Brecht acconsentì anche a essere presente alla prima dell’Opera il 10 febbraio 1956. E quando già molto malato arrivò in treno alla Stazione Centrale con la figlia Hanne e la fedele collaboratrice Elisabeth Hauptmann, a Milano c’era un tempo da lupi e faceva molto freddo. Per quella manciata di giorni le due donne chiesero perciò alla direzione del Piccolo Teatro di non sovraffaticare Brecht, che tuttavia venne coinvolto in eventi pubblici e dovette incontrare numerosi giornalisti.

Soprattutto, però, l’autore assistette alle ultimissime prove dello spettacolo, dando vita senza volerlo a un aneddoto che da allora viene tramandato in versioni più o meno identiche da generazioni di attori e tecnici, e che lo stesso Strehler amava rievocare: quelle ripetute, fragorose risate cioè nel buio della platea, che gli attori, stanchi e provati dai ritmi massacranti delle prove in palcoscenico, e ignari di chi fosse l’ospite, avevano trovato irritanti e maleducate nei loro confronti.
Ma Brecht si stava genuinamente divertendo e nonostante le quasi cinque ore di durata della recita e qualche espressione di dissenso, al debutto il pubblico aveva mostrato di gradire molto, come anche la maggior parte dei critici teatrali e degli intellettuali di primo piano del mondo della cultura di allora, come Salvatore Quasimodo, che aveva scritto: «Giorgio Strehler ha espresso nell’Opera da tre soldi le più alte qualità della sua intelligenza di regista» o come Roberto de Monticelli, che aveva definito lo spettacolo «un’alta lezione di teatro».
Sia dopo le prove sia dopo il debutto (proprio nel giorno del suo 58esimo compleanno), Brecht scrisse una serie di lettere e cartoline, definendo Strehler «probabilmente il migliore regista europeo» e lo spettacolo «una vera rinascita» della sua opera. Espresse anche il desiderio di ospitare quell’allestimento al suo teatro am Schiffbauerdamm a Berlino Est, dove peraltro nel 1928 era avvenuta la prima rappresentazione assoluta dell’opera.
A quell’invito non fu possibile dar corso, ma il rapporto fra il Piccolo Teatro e il Berliner Ensemble rimase saldo e intenso per molti anni, ben al di là della morte di Brecht il 14 agosto 1956. Negli anni successivi, oltre all’Opera da tre soldi, al Piccolo Teatro andarono in scena altri allestimenti strehleriani destinati a porsi come capisaldi, primi fra tutti L’anima buona di Sezuan e Vita di Galileo, ma anche i recital di poesie di Brecht, che Strehler presentò in varie forme, e culminarono nelle serate assieme a Milva.
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