Stuparich e la psicanalisi: l’incontro in un testo inedito
Un racconto mai pubblicato e la premessa per la ristampa di “Donne nella vita di Stefano Premuda” rivelano per la prima volta l’interesse maturato nel 1949 dall’autore per le dinamiche dell’inconscio. Entrambi vedono la luce ora in occasione della nuova edizione della raccolta per Quodlibet

Era il 1949 quando Giani Stuparich si apprestava a ripubblicare gli otto racconti di Donne nella vita di Stefano Premuda, la cui prima edizione risaliva al 1932, dopo l’uscita di alcuni testi anticipati dalla rivista Solaria. Ma in quel 1949, Giani Stuparich si era organizzato per procedere ad alcune modifiche. Innanzitutto l’aggiunta di una premessa più lunga ed esplicativa rispetto alle poche righe della prima edizione.
E poi, soprattutto, l’inserimento di un nuovo racconto, da pubblicare in appendice, il cui titolo, «Stefano Premuda», ripropone il nome del protagonista. Cosa tanto più stravagante perché se è vero, come sostenne Pancrazi nella recensione del «Corriere della Sera», che la difficoltà stava proprio nel distinguere l’autore dal soggetto narrato in una sorta di neppure tanto allusa autobiografia, ecco che in «Stefano Premuda» il protagonista è un uomo ben lontano dal profilo di Stuparich. Si tratta infatti di un impiegato modesto, rimasto orfano di madre alla nascita, che si avvedrà di come solo le donne avessero dato un qualche senso e piacere alla sua vita.
Insomma i due elementi importanti sono costituiti dalla premessa alla nuova edizione del ’49 e l’aggiunta del racconto intitolato con il nome del protagonista. Eppure quei due testi saranno destinati a rimanere inediti, dal momento che Garzanti risponderà all’autore che «motivi di spazio non consentono le aggiunte».
Vedono la luce ora, nella nuova edizione di Donne nella vita di Stefano Premuda edito da Quodlibet (pag. 204, euro 15), a cura di Giuseppe Sandrini. Pubblicazione grazie alla quale scopriamo qualcosa in più sulle intenzioni dello scrittore triestino. Nella nuova premessa ci spiega appunto quanto «via via che andavo componendo quei racconti staccati nel tempo e diversi per argomento, l’io indefinito e indefinibile mi si concretava in un personaggio vero e proprio». Continuando poi nella confessione, fino ad ammettere che forse avrebbe dovuto annullarli, o meglio, sviluppare tutto quel materiale in un romanzo, senza tuttavia averne avuto il coraggio. Così come spiega l’omissione nella prima edizione del racconto «Stefano Premuda», di fatto già completato nel 1929 ma all’ultimo non inserito perché avrebbe potuto disorientare i lettori.
Sta di fatto che dopo una prima pubblicazione, nel 1941, sulla rivista «Letteratura» che ne limitava la fruizione a una ridottissima nicchia di lettori, bisognerà aspettare ben 85 anni perché «Stefano Premuda» venga offerto a un vasto pubblico, come appunto nella attuale edizione di Quodlibet.
Rileggendo il volume oggi, dopo quasi un secolo dalla prima comparsa, non stupisce la coerenza poetica non solo relativamente all’autore, ma anche rispetto a quello che fu il periodo d’oro della letteratura triestina. In fondo, Stuparich ci restituisce l’analisi di un uomo attraverso lo sguardo di otto donne, dall’infanzia alla maturità e, soprattutto, è un autore e un uomo che faceva parte dell’Impero asburgico.
«La cultura di Stuparich, se ci riferiamo all’ottavo racconto – dice il curatore Sandrini – non è lontana da quella di Joseph Roth, basti pensare alle connessioni con Giobbe. Romanzo di un uomo semplice dello scrittore austriaco, pubblicato in Italia in quel medesimo 1932, e anch’esso da Treves». Così come riecheggiano echi goethiani. E poi certo gli amori adolescenziali, la cui tradizione triestina è ben nota. Stuparich ne era già stato cantore con quel piccolo capolavoro che è Un anno di scuola, riproposto ora con successo nella versione cinematografica di Laura Samani. In ogni caso, anche nei racconti di Donne nella vita di Stefano Premuda ritornano i primi e primissimi amori della pubescenza e dell’adolescenza, in questo non lontano da Slataper, Quarantotti Gambini, Saba e Voghera, «quasi il segno distintivo di una narrativa che, con il conforto della poesia di Saba – così ancora Sandrini – immerge nel profondo dell’io i suoi strumenti di analisi».
E anche questo ci appare singolare, tanto più da uno scrittore che a differenza di Svevo e dei già menzionati Quarantotti Gambini e Saba, non è mai stato attratto dal meandri della psicoanalisi. Eppure la parola «inconscio» è ben presente in quella «Premessa» che leggiamo ora per la prima volta, dove Stuparich dichiara che il suo protagonista «viveva, si può dire, nel mio inconscio».
Chissà, forse per difendersi dalle riserve di Pancrazi relative a quella evidente corrispondenza tra autore e protagonista, in una lettera destinata al critico Stuparich replicherà alla recensione: «Mi pare che oggi l’arte narrativa non possa non essere in certo modo autobiografica, cioè procedere per prospettive interne. Ammetto che alcune mie figure non abbiano lo spicco necessario, ma io sento che soltanto attraverso l’analisi la figura viva e nuova, per l’età moderna, potrà nascere», quasi a rivendicare quella poetica tutta triestina per cui l’analisi spesso coincide con la letteratura. Ma soprattutto anticipando di un secolo quel genere ora tanto di moda che va sotto il nome di «autofiction».
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