Tarabbia: «Mio nonno era quasi un sosia del serial killer ‹ikatilo»

Lo scrittore nato a Saronno è tra i cinque finalisti del Premio con il romanzo “Il giardino delle mosche” (Ponte alle Grazie)

di ALESSANDRO MEZZENA LONA

Voleva raccontare la vita di un mostro. Scavare nella storia di morte e sangue di Andrej ‹ikatilo, soprannominato il macellaio di Rostov. Poi, un giorno, Andrea Tarabbia si è imbattuto in una vecchia foto. Guardandola attentamente, ha scoperto una somiglianza inquietante dello Squartatore rosso. Con una persona a lui assai cara: suo nonno.

Un altro, al posto suo, sarebbe finito in analisi. Andrea Tarabbia ha reagito da scrittore, scrivendo un romanzo tenebroso e bello: “Il giardino delle mosche”, pubblicato da Ponte alle Grazie. Questo viaggio nei territori del Male ha conquistato la Giuria dei letterati del Campiello, che l’ha inserito tra i cinque finalisti del Premio. Sabato 10 settembre, al Teatro La Fenice di Venezia, lo scrittore nato a Saronno, e che vive a Bologna, si giocherà la vittoria con Luca Doninelli e il suo “Le cose semplici” (Bompiani), Elisabetta Rasy e “Le regole del fuoco” (Rizzoli), Alessandro Bertante e “Gli ultimi ragazzi del secolo” (Giunti), Simona Vinci e “La prima verità” (Einaudi).

Partito da “La calligrafia come arte della guerra”, nel 2010, autore dello splendido romanzo “Il diavolo a Beslan” sul massacro di ragazzini avvenuto nel 2004 nell’Ossezia del Nord, Tarabbia nel “Giardino” racconta la carriera di violentatore e assassino di ‹ikatilo. Calandosi nella mente del mostro, un ex insegnante accusato di aver ammazzato e cannibalizzato un minimo di 52 donne e bambini tra il 1979 e il 1990. Venne condannato a morte e giustiziato nel febbraio del 1994, dopo aver ridicolizzato per anni la polizia dell’Unione Sovietica. Anche perché si proclamava fedelissimo al credo comunista, quindi insospettabile.

«Volevo raccontare la vita del mostro senza virare sui colori del giallo - spiega Andrea Tarabbia -. Anzi, credo che “Il giardino delle mosche” sia in perfetta sintonia con i temi che ho sviluppato in altri libri: il Male, i mondi che finiscono».

Quando si è imbattuto in Andrej ‹ikatilo?

«Posso dire di conoscerlo da quando è stato arrestato, nel 1990. Quello che ha fatto, le cose che diceva, mi turbavano e al tempo stesso mi affascinavano. Poi ho cominciato a fare delle ricerche in rete e sono saltate fuori le sue foto. Una, in particolare, era per me davvero strana».

Perché?

«Ho notato una somiglianza notevole con mio nonno. E questo particolare ha ingigantito ancora di più la curiosità per il serial killer».

Era molto legato a suo nonno?

«Moltissimo. Purtroppo è stato ammalato per parecchi anni, poi è morto nel 2005. Un giorno mi sono deciso: ho fatto vedere la foto di ‹ikatilo a mia madre. E lei ha riconosciuto che assomigliava al nonno».

E allora ha deciso di scrivere...

«Volevo vedere se mi dava lo spunto per scrivere un romanzo. A un certo punto si è accesa la lampadina. Merito del nonno, ma anche dei temi che avrei potuto approfondire».

Quanto tempo le è servito?

«Potrei dire due anni e mezzo. Anche se non mi dedico alla scrittura a tempo pieno. Faccio parecchie altre cose: sono consulente della Fondazione Mondadori da anni, insegno alla Scuola Holden di Torino, collaboro con la casa editrice Zanichelli».

Dicono che lei sia un tipo allegro, solare, al contrario dei suoi libri...

«Non so spiegare come nascono i miei romanzi. Certo è che quando leggo e quando scrivo divento terribilmente serio. Come se dentro di me si facesse spazio un altro lato della mia personalità».

Difficile calarsi nei panni di un serial killer?

«Quando si sceglie una storia, bisogna in qualche modo arrivare a un compromesso. Non dico fingere di essere il mostro, ma partrecipare. Provare compassione, nel senso latino della parola. Cioè condividere con lui emozioni, entrare nei suoi pensieri. Altrimenti il libro suonerà falso».

Nel suo “Giardino” c’è un altro tema forte?

«Lo considero il tema principale. Cioè il racconto di un mondo che finisce. Io ho visto da vicino quello che era l’ultimo, sterminato impero del ’900. Quando sono andato in Russia, nel 1998, dell’Unione Sovietica restavano soltanto macerie. Ho tentato di guardare quell’universo perduto come fossi un archeologo».

‹ikatilo, un mostro fedelissimo al comunismo?

«Credeva davvero di essere un buon comunista. Si sentiva quasi un baluardo di quel mondo che stava crollando. Del resto, sul finire degli anni ’90, i vecchi vivevano come dei sopravvissuti alla caduta del Muro di Berlino».

Uno strano tipo di assassino, non trova?

«‹ikatilo ha cominciato a uccidere a 42 anni. E nessuno psichiatra criminale è riuscito a spiegare perché soltanto in quel momento e non prima. Gli esperti dicono che queste terribili pulsioni di morte arrivano nella post adolescenza. Lui ha iniziato quasi per errore: voleva violentare una bambina di 9 anni. Era già successo quando faceva l’insegnante. Ma lei si è ribellata. Ha lottato. L’altro aspetto strano è che tra il primo e il secondo delitto sono trascorsi tre anni».

L’alter ego, il dottor Kostoev, è un personaggio vero?

«L’ispettore Issa Kostoev è realmente esistito. Poi, nel libro, gli ho creato un ruolo più importante facendolo diventare quasi un alter ego dell’assassino».

È diventato un pezzo grosso?

«Per forza, è riuscito a spedire in galera il feroce assassino che nessuno riusciva a incastrare. In rete ho avuto la fortuna di trovare la memoria scritta dall’ispettore. Una novantina di pagine in cui, da pensionato alla fine degli anni ’90, racconta il suo percorso professionale. Kostoev era un burocrate, voleva mandare a morte il più presto possibile il mostro anche per ragioni di carriera».

La polizia sovietica, feroce con i dissidenti politici, era impotente davanti all’assassino?

«Fino all’arrivo di Mikhail Gorbaciov, il diktat del Partito era di non parlare di delitti, pornografia, omosessualità. Si pensava fossero deviazioni del mondo occidentale. L’Urss non poteva ammettere nel suo “mondo perfetto” storture così clamorose. Poi, con la perestrojka, la notizia dei delitti ha cominciato a trapelare. E a spaventare».

Ma è vero che un fratello di ‹ikatilo era stato mangiato dai vicini di casa?

«Lo raccontava la madre del mostro. Però non ci sono documenti che provano l’esistenza di Stepan. Certo, la miseria, la carestia erano davvero tremende negli anni ’40 nell’Urss. Spesso non registravano nemmeno i bambini all’anagrafe».

Andrea Tarabbia, uno scrittore in miniatura?

«Ero un bambino che non scriveva e leggeva pochissimo. Mi sono perso un sacco di cose: i fumetti, per esempio. Pinocchio l’ho recuperato a trent’anni. Ero un ragazzino abbastanza solitario, stavo bene in compagnia degli adulti. Mia sorella è arrivata molto tempo dopo: ha otto anni meno di me».

Cosa le piaceva fare?

«Mi raccontavo storie. Quello che non arrivava dai libri lo inventavo io. E poi, ho fatto vita di cortile. Tanti sport: calcio, tennis, nuoto, senza ecellere in nessuno».

Quando ha cominciato a raccontare agli altri?

«Mi sono iacritto a Lingue, ho studiato il russo. Tra l’ultimo anno di liceo e il primo di università ho scoperto i libri: leggevo tantissimo. Poi, mi sono messo a imitare i capolavori di Nikolaj Gogol. Erano solo brutte copie».

Pubblicare è stato facile?

«Di rifiuti dagli editori ne ho ricevuti parecchi. Ma avevano ragione, dovevo trovare la mia strada. Il primo libro, “La calligrafia come arte della guerra”, l’ho pubblicato nel 2010. Erano tre anni che ci provavo».

Cosa ama, oltre alla letteratura?

«Due anni e mezzo fa avrei detto il cinema, la musica dei cantautori, il calcio. Oggi rispondo: mio figlio. Adesso che c’è lui, i film li vedo con il binocolo».

La prima volta in finale al Campiello: emozionato?

«Sono abbastanza tranquillo, poi magari mi prende l’ansia quella sera. La cosa più bella è che il Campiello, anche se non vinci, ti dà una riconoscibilità come scrittore. Come il pedigree per i cani. Se capita di vincere il Premio meglio, quel che conta davvero però è essere lì».

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