Teatro, Silvio Orlando al Rossetti dà voce al bambino Momò tra incanto infantile e ironia

Dal 27 aprile “La vita davanti a sè” dal romanzo di Romain Gary, storia del figlio di una prostituta allevato da un’anziana ebrea

Annalisa Perini

TRIESTE. Anni Settanta, un condominio fatiscente del quartiere parigino di Belleville, dove non ci sono barriere razziali, culturali. Lì sta crescendo Mohamed, detto Momò, figlio di una prostituta che non ha potuto tenerlo con sé, perché in Francia, all’epoca, una legge vietava alle “donne che facevano la vita” di avere figli. Ha dieci anni Momò, e ad allevarlo, assieme ad altri “incidenti sul lavoro” come lui, è Madame Rosa, ex prostituta ebrea polacca, reduce da Auschwitz, che con l’invenzione della suo sgangherato orfanotrofio sbarca il lunario, ma con il peso non soltanto dei suoi 95 chili, e i capelli grigi che le cadono perché non ce la fa più. Momò, invece, che cresce immerso in una varia umanità in cui ci sono ebrei, neri, arabi, “autentici francesi” come dice lui, drogati, trans, ladruncoli e prostitute, ha ancora tutta “La vita davanti a sé”.

È tratto dal romanzo “La vie devant soi”, del 1975, di Emile Ajar, pseudonimo dello scrittore lituano Romain Gary (che vinse nello stesso anno, un discusso premio Goncourt), il monologo che Silvio Orlando, proprio nei panni del bambino protagonista, porta in scena alla Sala Assicurazioni Generali del Politeama Rossetti dal 27 al 29 aprile alle 20.30 e domenica 30 in pomeridiana alle 16.

L’attore, che firma anche la riduzione teatrale e la regia e che entra con grande naturalezza nei ragionamenti di un bambino di dieci anni, nella sua leggerezza e ironia, si è innamorato di questa storia che, a parer suo «è una delle più belle storie d’amore che siano mai state scritte, toccata dalla grazia, perché alla fine sarà Momò a prendersi cura di Madame Rosa, mentre la vita di quest’ultima volge verso il suo finale declino».

Lo spettacolo unisce e interseca parole e musica dal vivo, con la direzione musicale di Simone Campa e l’ensemble dell’Orchestra Terra Madre. È un caleodoscopio di situazioni, di personaggi, evocati dal racconto di Momò e tante sono le emozioni, mentre anche il sarcasmo si fonde all’incanto infantile e alla speranza.

«Momò è un bambino che ragiona molto – spiega l’attore – con la capacità di invenzione che si ha a quell’età, e di passare da uno stato d’animo all’altro, dal rabbuiarsi a un sorriso. Come quando, per cercare di essere “visto”, ruba un uovo, perché vorrebbe persino una sberla, pur sempre una reazione al suo esistere, un’attenzione, ma invece trova una risposta che positivamente lo spiazza».

L’attore, oltre all’esperienza, per entrare nello sguardo di Momò deve pur aver conservato un certo incanto, ma a renderlo più vicino al personaggio dice «è anche che con il passare degli anni si torna anche a farsi dubbi, domande, darsi delle proprie risposte, anche a essere più esposti alla commozione e alle fragilità, come i bambini».

Il tema de “La vita davanti a sé”, della convivenza tra culture, religioni e stili di vita diversi è oggi più che mai attuale. «Oggi è visto come una minaccia – osserva l’attore - addensando paure claustrofobiche. Al contempo il venire a conoscenza della sofferenza e della morte di tante persone, e di tanti bambini, è talmente insopportabile da portare anche a un’istintiva rimozione».

«Il teatro in questo quadro complesso – spiega Orlando - non indica vie e soluzioni che ad oggi nessuno è in grado di fornire, ma può raccontare storie emozionanti, coinvolgenti, divertenti, chiamando per nome individui che ci appaiono come una massa indistinta e angosciante».

Dal 20 aprile, intanto, l’attore è nei cinema con il nuovo film di Nanni Moretti, “Il sol dell’avvenire”, ambientato nel ‘56, all’epoca dell’invasione russa in Ungheria. È Ennio, un giornalista dell’Unità, animatore di una sezione romana del Pci, ancorato al passato, ma anche pieno di dubbi. È un film che parla anche di dove stia andando la loro generazione, dell'attore e del regista.

Del suo lungo percorso professionale, intanto, Silvio Orlando, che bilancio fa? «Mi ritengo soddisfatto – conclude - perché ho lavorato sodo, ho fatto tante esperienze, ma sono riuscito a conservare la mia identità. E anche l’autoironia. Non si può essere ironici soltanto sugli altri. E tra l’altro dall’autoironia a volte nasce anche, pure senza volerlo, della poesia».

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