Trieste Film Festival, chiusura con Ildikó Enyedi e il suo “Silent Friend”
Masterclass, premi e anteprima del nuovo film della regista ungherese: piante, scienza e coscienza al centro della giornata finale

Il Trieste Film Festival chiude oggi la 37. edizione con la cerimonia di premiazione e un’ultima, importante ospite: la cineasta ungherese Ildikó Enyedi, che al Politeama Rossetti alle ore 17 incontrerà il pubblico in una masterclass e poi, alle 20, presenterà il suo ultimo, bellissimo film “Silent Friend”, prima della consegna dei premi. Alcuni sono già stati assegnati: proprio a Enyedi va il Premio Eastern Star 2026 «a una personalità del cinema che ha contribuito a gettare un ponte tra l’Europa dell’est e dell’ovest», mentre il Premio CEI (Central European Initiative) va al documentario moldavo “Electing Ms Santa” di Raisa Răzmeriță e il premio Cinema Warrior 2026 a U Cinemittu, il cinema più piccolo d’Italia con soli 12 posti, a Longone Sabino, Rieti.
Oggi saranno proiettati anche i film di due registe triestine, il cortometraggio “Ether” di Vida Skerk alle ore 16 al Rossetti, e il documentario “White Lies” di Alba Zari, alle 17.30 al Cinema Ambasciatori. “Silent Friend” intreccia invece tre diverse storie: nel 2020 il neuroscienziato Wong, interpretato dalla leggenda del cinema hongkonghese Tony Leung Chiu-wai, avvia un esperimento inatteso con un vecchio ginko biloba, nel 1972 un giovane studente cambia prospettiva interagendo con un geranio, e nel 1908 la prima donna ammessa all’università (interpretata da Luna Wedler, premio Mastroianni come Miglior attrice esordiente alla Mostra di Venezia) scopre, attraverso la fotografia, gli schemi dell’universo nascosti nelle piante. A unirli nel tempo proprio il ginko biloba, l’ “amico silenzioso” che veglia su di loro.
I film di Enyedi, come “Corpo e anima”, indagano la comunicazione, «il desiderio, la gioia, ma anche la difficoltà, gli ostacoli nel comprendere appieno un altro essere: una pianta, un animale, un altro essere umano». In “Simon mágus”, presentato anche al Trieste Film Festival nel 2000, una pianta faceva da testimone all’indagine su un omicidio.
Il tema della comunicazione con le piante sta tornando in voga. Perché?
«Il cosiddetto “problema difficile della coscienza” ha intrigato filosofi e neuroscienziati per molto tempo. Come possiamo definire la coscienza? La possiedono anche altre creature viventi? Oggi il nostro interesse è tornato alle piante e agli animali perché il mondo come l’abbiamo visto per migliaia di anni, con la sua bellezza e la sua ricchezza, sta scomparendo per sempre. È il momento di riconoscere che le piante sono esseri dotati di sentimenti, volontà, capacità decisionale, una ricca vita sociale - e probabilmente anche un’opinione su di noi, esseri umani. Ma il nostro vocabolario per descrivere il loro mondo è antropomorfico, definito dai nostri sensi umani molto limitati».
Perché ha scelto di ambientare il film anche durante la pandemia?
«Il Covid è stato un esperimento comportamentale umano su scala planetaria: abbiamo avuto tutti l'opportunità di riconsiderare le nostre priorità, di trovare spazio e silenzio per riflettere sul nostro posto nel mondo. In quel periodo la vendita di piante da appartamento è schizzata alle stelle: abbiamo preso consapevolezza di questi amici silenziosi».
È il primo film europeo di Tony Leung Chiu-wai. Come avete incrociato le visioni occidentali e orientali sul rapporto tra uomo e natura?
«Al nostro primo incontro Zoom Tony è rimasto molto interessato al background filosofico del film. È un buddista praticante e ha colto subito questo aspetto nascosto del film. Sono profondamente radicata nella cultura europea, ma l'approccio buddista è importante per me fin dall'adolescenza».
Lei filma le piante quasi come fossero corpi, con spina dorsale e vene. Come ha trovato lo sguardo giusto?
«Volevo portare alla luce la bellezza nascosta e la complessità delle piante di tutti i giorni: piante a cui siamo abituati, ma che ora sentiamo di vedere per la prima volta. Il lavoro di Karl Blossfeld, fotografo della prima metà del XX secolo, è stato un'importante fonte di ispirazione per noi e per Gergely Palos, il nostro direttore della fotografia».
È anche un film sulla scienza. Perché oggi la scienza sia è spesso messa in discussione o attaccata?
«Trovo che sia uno degli aspetti più tristi, ma logici, dell'aumento delle fake news, della manipolazione delle folle, dello smantellamento delle strutture democratiche. Questi fenomeni sono altamente pericolosi e spregevoli: volevo richiamare l'attenzione sull'importanza e l'umile curiosità della ricerca scientifica». —
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